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The interpreter
di Marzio

La trama

Silvia Broome lavora come interprete alle Nazioni Unite. Una sera, casualmente, ascolta una conversazione (per meglio dire un bisbiglio come da lei stessa definito) sull’organizzazione di un complotto per uccidere, all’interno del Palazzo di vetro, Zuwaine, leader dello stato africano del Matobo. Avendo saputo che di lì a poco il presidente africano parlerà all’Onu per difendersi dall’accusa di violazione, all’interno del suo paese, di ogni regola democratica, con gli oppositori del regime fatti fuori senza troppi complimenti, Silvia denuncia ciò di cui è stata testimone alla FBI. Il caso viene assegnato a Tobin Keller, agente dei servizi speciali dell’FBI responsabile della sorveglianza dei capi di stato in visita all’Onu. Inizialmente Keller è scettico convinto com’è che Silvia si sia inventata tutto e la sottopone, senza tanti complimenti, alla macchina verità. Silvia è realmente in pericolo, qualcuno sta tentando di farle paura e magari ucciderla o ciò che ha denunciato è solo il frutto delle fantasie di una donna sola e tormentata?. Se a questo si aggiungono le telefonate della bella interprete ad un misterioso amico francese, i continui tentativi di piantare in asso i malcapitati agenti che cercano di sorvegliarla e non ultimo il fatto di essere nata proprio nel Matobo, luogo dove i fatti narrati hanno origine, si capisce che per Keller il compito sarà improbo. A sua volta l’agente si trova in una situazione psicologica veramente difficile, avendo perso da appena quindi giorni la moglie, vittima di un incidente stradale insieme al suo amante che stava cercando di lasciare per tornare dal marito. Pian piano i due scoprono che le loro esistenze non sono così lontane, come all’apparenza sembra e che hanno bisogno di parlare, forse per sentirsi meno soli. Ma se è vero come dice Silvia che nella vita è sempre opportuno non affogare nel mare della vendetta e mettersi in salvo sull’altra sponda, lo è anche che le persone si rivelano ben differenti da come le abbiamo inizialmente conosciute…

La recensione

Si narra che Kofj Annan, nell’intervallo tra uno scandalo e l’altro, sia intervenuto personalmente per autorizza le riprese di The interpreter all’interno del palazzo dell’Onu; persino il grande maestro Hitchock dopo lunghe attese e molte promesse, vi aveva rinunciato, preferendo ambientare altrove Intrigo internazionale. Questo è forse l’elemento più negativo del film: il finire, involontariamente per essere uno spot a favore di una organizzazione ormai discredita che rischia di essere travolta dagli scandali, avendo tradito i principi per cui era stata creata. Premesso questo The interpreter è un buon film di genere che ha il pregio di riportarci indietro negli anni, quando Hollywood cercava ancora di coniugare l‘impegno con l‘intrattenimento. L’inizio, ambientato nell’immaginario stato del Matobo, è fulminante, con una scena di rara violenza che con poche inquadrature ci descrive la situazione politica in quel paese (come in molti altri stati africani), con i diritti umani sistematicamente violati e gli oppositori massacrati senza tanti complimenti. Poi la location si sposta all’interno del palazzo dell’Onu, durante una normale seduta, dove facciamo appena in tempo a conoscere Silvia Broome al lavoro come interprete che già dobbiamo seguirla mentre fugge, per le strade di New York a bordo di una Vespa (sequenza che diventerà senz‘altro un cult) da inseguitori certo non animati da buone intenzioni. Con l’entrata in scena dell’agente Keller, assistiamo all’alternarsi tra sequenze intimiste non sempre riuscite dove conosciamo più in profondità i due protagonisti ad altre più concitate, dove la sorpresa è sempre in agguato. La sensazione che lo spettatore finisce per avere è di trovarsi di fronte, oltre che ad un film bene interpretato, anche sufficientemente scritto e attentamente girato. In alcune scene siamo vicini oltre che al miglior Hitchcock, anche a film come Frantic di Roman Polanski o il recente The Bourne supremacy che hanno nobilitato lo spy-thriller a sfondo politico. Del primo, The interpreter ha il gusto per il dialogo raffinato, la sensazione di trovarsi di fronte ad un intrigo come se si fosse davanti a scatole cinesi; del secondo mutua, in alcune scene, il perfetto meccanismo ad orologeria, dovuto ad un’efficace montaggio che coinvolge lo spettatore, accompagnandolo verso la spettacolare sequenza dell’esplosione dell’autobus. Peccato che il film ogni tanto si afflosci, complice una vicenda che sa di già visto. Nonostante questo, di fronte a questo meccanismo filmico costruito secondo la tradizione del migliore mainstream hollywoodiano del passato, passano in secondo piano anche i sermoncini disseminati qui e là per esaltare l’operato di una organizzazione (L’Onu), troppo presto dichiarata, con i fatti, inutile dagli stessi stati che hanno contribuito a farla nascere. Peccato (questo è un problema di tutti i film di Pollack) che il film per essere apprezzato ancora di più abbia bisogno di essere visto una seconda volta, magari in dvd. Nasconde, soprattutto dal punto di vista politico, una notevole quantità di trame e sottotrame, di cui si rischia, in una prima visione, di perdere il filo. Se poi a cinque minuti dalla fine, nella sequenza che spiega il tutto, squilla in sala il telefonino di una incauta spettatrice che si premura di farci assistere in diretta alla sua conversazione, qualche dubbio in più in chi scrive, al termine del film rimane, insieme ad una domanda che sorge spontanea: il vero complotto è quello ordito contro Silvia sullo schermo o quello contro gli spettatori di quella sala vittime di una tecnologia che sembra non aver più rispetto di niente o nessuno?. Della serie, telefonino che passione ma anche che grande rottura di ….

Il Regista e gli attori

Sydney Pollack

Discreta è la prova di Sidney Pollak che a più di 70 anni è ancora in grado di girare un thriller a sfondo politico anche se non ai livelli di I tre giorni del condor. Come il grande maestro Hitchcock riserva a se stesso una piccola parte nel film, mostrando di saperci fare anche davanti la macchina da presa. Certo a far raggiungere la sufficienza piena al film, sono due veri e propri mostri della recitazione. Nicole Kidman è perfetta nella parte di una donna impaurita, perseguitata da un torbido passato che sembra non voglia più lasciarle un attimo di pace; sempre pallida, inquieta in un ruolo che sembra calzarle a pennello, suscita ben presto un interrogativo: perché si ostina come nel recente Vita da strega a cercare avventure in un genere (la commedia) che finisce inesorabilmente per confinare nell’ ombra le sue doti recitative?. Sean Penn nella parte dell’agente Keller, mostra ancora una volta di essere forse il più grande attore americano di oggi, degno erede della tradizione dei De Niro, di Al Pacino e pochi altri; per lunghi tratti del film riesce addirittura, con il suo talento, ad oscurare quello della bella Nicole. In definitiva The interpreter è un buon prodotto di genere che trova il suo punto di forza nell'essere costruito come un film di altri tempi ma ha il grosso limite di non essere particolarmente innovativo; di thriller politici a cavallo tra gli anni '70 e '80 ne abbiamo visti tanti (fatti bene anche qui da noi) per poterci eccessivamente esaltare oggi. Comunque ci accontentiamo lo stesso, se non altro il nuovo lavoro di Pollack stimola qualche riflessione.

La scheda del film

Regia: Sydney Pollack.
Con: Nicole Kidman, Sean Penn, Catherine Keener, Jesper Christensen, Yvan Attal, Earl Cameron, George Harris, Michael Wright.
Distribuzione: Eagle Pictures
Genere: Thriller
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