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| La trama |
In piena campagna elettorale per le elezioni presidenziali, viene rapita Laura Newton, figlia del presidente degli Stati Uniti. In un primo momento i vertici della Casa Bianca chiedono che per almeno tre giorni non sia diffusa la notizia, per evitare strumentalizzazioni da parte dei media. Robert Scott, ufficiale di un corpo speciale dei marines, riceve l’incarico, insieme al collega Curtis, di indagare sul rapimento e di riportare a casa la ragazza. Ben presto Robert inizia a rendersi conto che la situazione è molto meno chiara di quanto si possa immaginare: le prime tracce inducono ad ipotizzare che la giovane figlia del presidente frequentasse una squallida casa di appuntamento, da cui sarebbe stata prima drogata e poi prelevata da un’organizzazione criminale araba e trasferita a Dubai, negli Emirati Arabi, per poi venduta al miglior offerente. Ci sarebbe, dietro questo rapimento, una squallida storia di tratta delle bianche o meglio delle bionde, per essere indotte alla prostituzione nel fiorente mercato di un paese amico arabo; la situazione appare aggravata dal fatto che la banda responsabile del rapimento non sapesse che la ragazza è figlia dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Non c’è tempo da perdere, in tutta fretta viene architettato un piano per riportare a casa la ragazza, evitando il più possibile, conflitti diplomatici con lo stato arabo. E’ Robert a ricevere questo delicato incarico ma proprio quando sta per partire la tv diffonde la notizia del ritrovamento del corpo senza vita della figlia del Presidente degli Stati Uniti, annegata dopo essere caduta dalla barca di un professore universitario con cui era in gita. La missione a Dubai viene immediatamente annullata, con Robert che si rifugia, per godersi un meritato periodo di riposo, nella sua amata campagna. Ma è proprio finita qui?. Curtis, collega di Robert precedentemente ferito, avanza seri dubbi sull’effettiva morte della ragazza, arrivando ad insinuare sospetti su FBI, CIA e mondo politico che gravita intorno al Presidente. Robert, all’inizio riluttante, si fa convincere a riprendere le ricerche negli Emirati Arabi, dove scoprirà un’amara verità.
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| La recensione |
Clamoroso flop al botteghino USA dove ha incassato la misera cifra di quattro milioni di dollari, Spartan, insieme a The Manchurian Candidate, si rivela una sorpresa. Costruito magistralmente, rispettando i canoni del genere di azione classico, si avvale della solida sceneggiatura di David Mamet che funzione come un meccanismo ad orologeria. Il commediografo, qui anche nelle vesti di regista, gioca come sempre con lo spettatore, montando e smontando, come se giocasse con le costruzioni Lego, la vicenda che si dipana sullo schermo. Spartan è anche un film politico, nel senso che nella rappresentazione della storia và giù pesante contro quel mondo, scoprendo la fogna che si nasconde dietro ogni campagna elettorale. Il Presidente sacrifica volentieri la figlia, togliendole la scorta, pur di passare una notte d’amore con una delle sue amanti; la figlia, la cui immagine è stata costruita dai media artificiosamente per farne un simbolo della gioventù americana che studia e sarà la classe dirigente del domani, altro non è che una povera insicura che odia il padre e si droga, consumando lentamente la sua vita. Il finale poi con il discorso del responsabile della sicurezza del Presidente che ringrazia dallo schermo chi ha riportato a casa la ragazza e si lancia in una filippica contro chi commercia in vite umane, mostra come non solo nelle dittature ma anche nelle democrazie le verità possano essere nascoste ad un opinione pubblica facilmente influenzabile. Dal punto di vista strettamente filmico i colpi di scena non mancano e il ritmo della narrazione è sempre serrato, fluido e scena dopo scena i personaggi si rivelano ben disegnati. Robert è un duro che esegue gli ordini perché così gli hanno insegnato, senza porsi eccessive domande ma arriverà a mettere in dubbio ciò in cui ha sempre creduto, scoprendo i giochi di potere che si nascondono dietro la vicenda. D’altronde Mamet mostra di conoscere alla perfezione le regole della real-politik, il perché, ad esempio, si sia deciso dopo l’11 settembre, di colpire l’Afganistan e poi l’Iraq, invece che fare pressioni contro un governo amico (l’Arabia Saudita) da cui provenivano la maggior parte dei terroristi dirottatori. Gli affari sono affari, logica a cui si piega la nuova dottrina conservatrice di esportare la democrazia a qualunque costo; la regola per quei paesi, ritenuti commercialmente amici anche se guidati da un ferreo regime, sembra non valere. Questo film potenzialmente ha tutte le carte in regola per piacere al grande pubblico e per suscitare più di uno spunto di riflessione: eppure è divenuto rapidamente un prodotto di nicchia, visto da pochi anche da noi in Europa. Film scomodo, difficile da seguire?. Niente di tutto questo, personalmente credo che i gusti del pubblico stiano velocemente cambiando e che i film di azione anche se ben fatti e spettacolari come questo, attirino molto meno (vedi l’esito non troppo brillante del già citato The Manchurian Candidate) di una volta l’attenzione degli spettatori.
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| Il Regista e gli
attori |
David Mamet |
Mamet confeziona un godibilissimo film di genere, con l’unica pecca di una evidente mancanza di originalità. In effetti Spartan, dal punto di vista strettamente filmico, non porta alcuna innovazione, limitandosi a mutuare lo stile dei migliori action movies. Se vogliamo è più rivoluzionario The Bourne Supremacy che nelle spy story introduce l’uso delle inquadrature con telecamera rigorosamente a mano, sempre puntata addosso agli attori, quasi a soffocarli. Mamet, invece, da perfetto drammaturgo, preferisce non rischiare, girando senza lasciare nulla al caso, prestando attenzione ad ogni minimo particolare. Se a questo aggiungiamo una sceneggiatura curata da uno come lui che sa realmente scrivere, ecco il perché Spartan possa ritenersi un film riuscito. Bravo Val Kilmer che ultimamente sembra essersi abituato ad interpretare film controversi, molto attesi ma che poi vengono puntualmente ignorati dal grande pubblico. Ottimo tutto il resto del cast che rende convincente una storia certamente squallida, dove il sogno americano sembra essersi consumato, dissolto, lasciando il posto al più cupo pessimismo. Dallo sceneggiatore di Sesso e potere, di Americani, di Le regole del gioco era logico aspettarsi più un’attenta riflessione su come l’America stia metaforicamente bruciando che non un utilizzo innovativo di tecniche cinematografiche. Mamet sa scrivere e girare con il suo stile ormai (se mi si passa il termine) secolarizzato; spetta ad altri, come sta clamorosamente accadendo per la trasposizione del mondo dei fumetti sullo schermo, il compito di innovare dal punto di vista tecnico, facendo ben sperare in una new age di registi che affrontano con stile sempre diverso, dandone una personale lettura, personaggi e situazioni che portano sullo schermo. Hollywood, per superare la crisi di idee in cui è piombata, ha bisogno non solo dei sacri custodi della tradizione come Mamet e Eastwood ma anche degli innovatori. Che la nuova frontiera del cinema parta proprio dal mondo dei fumetti?.
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