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I film che non si dimenticano

La rosa bianca - Sophie Scholl
di Marzio

La trama

Germania 1943, le sorti del secondo conflitto mondiale sembrano finalmente iniziare a pendere a favore degli alleati, grazie alla strenua resistenza dei russi nei confronti dell’avanzata tedesca. In Germania sembra che nessuno se ne accorga, tanto è la fiducia nel Furher e nelle sue farneticanti promesse di vittoria sicura nella battaglia contro la plutocrazia ed il bolscevismo. Solo pochi ed ingenui studenti universitari di Monaco hanno il coraggio di redigere una serie di volantini che contestano Hitler, definendolo un pazzo (per via della guerra totale in cui ha trascinato il suo paese) e denunciando le persecuzioni nei confronti degli ebrei con l’apertura, soprattutto ad Oriente, dei campi di concentramento e l’assoluta mancanza di libertà in cui il partito stato fa vivere il paese. Tocca alla giovane Sophie e al fratello, mettere in atto l’azione più eclatante del gruppo denominato La rosa bianca che si batte per una Germania libera e democratica: distribuire i volantini contro la politica del Furher all’interno dell’università, durante le lezioni. Quel che segue è una sciagurata corsa al massacro di poveri innocenti da parte di un potere che sta rapidamente franando. Sophie, insieme al fratello ed ad un altro giovane componente della rosa bianca che implora vanamente pietà per la propria vita in quanto padre di tre bambini, subiscono un processo farsa che si conclude con una condanna a morte esemplare. Nel giro di tre giorni dal primo interrogatorio da parte di un inquisitore che roso dal tarlo del dubbio cerca di fornire una via di scampo ritenuta irricevibile dalla povera sventurata, la giovane studentessa universitaria viene ghigliottinata. Passeranno molti anni prima di conoscere come realmente siano accaduti quei fatti, con gli interrogatori tra un funzionario prima sicuro servitore della legge, poi sempre più convinto della ingiustizia che si sta compiendo nei confronti di quella povera giovane ed una Sophie che agisce secondo la propria coscienza, preferendo immolarsi per una causa giusta, piuttosto che tradire i suoi compagni.

La recensione

E’ da alcuni anni ormai che il cinema tedesco è impegnato, seppur con risultati non sempre esaltanti dal punto di vista artistico, (vedi il recente La caduta) in un’opera di rivisitazione critica del periodo più buio della storia del proprio paese: il nazismo, i suoi orrendi crimini e la scelta folle di scatenare il secondo conflitto mondiale. Già solo per questo La rosa bianca andrebbe proiettato in tutte le scuole tedesche e non solo, per non dimenticare le crudeli atrocità commesse in nome di una presunta superiorità di razza ed il colpevole silenzio di un popolo troppo a lungo soggiogato dai deliri di onnipotenza del Fuhrer. Se poi all’indubbio contributo storico di un’opera che si basa sulle fedeli trascrizioni degli interrogatori della giovane School da parte del suo inquisitore, ritrovati chissà come tra gli archivi prima inaccessibili dell’ex Germania Est, si aggiunge il fatto che il film è stupendamente girato e ricco di tensione, si può affermare che La rosa bianca è uno dei migliori film prodotti in Germania in questi ultimi anni. Nelle scene iniziali predominano i colori sgargianti, il giallo, il verde, i tratti di una vita felice di una giovane ragazza che parla con l’amica dei suoi amori, delle sue passioni musicali per tutto ciò che viene da oltreoceano; Sophie affronta con ingenuità tipica di una certa età anche la sua avventura politica. Non pensa di far parte di un nuovo partito politico ma è convinta che bisogna impegnarsi affinchè la Germania si svegli e il sole della democrazia e della libertà torni a splendere. Commette diversi errori, insieme al fratello, in quel fatidico giorno di febbraio del 1943, quando introducono i volantini all’interno dell’Università. In particolare quel voler per forza raggiungere l’ultimo piano, per poi far piovere (con un notevole effetto scenico) i volantini tra gli studenti che stanno uscendo dalle aule, è un atto che qualunque partigiano qui da noi avrebbe bollato come dilettantesco e persino deleterio alla causa. Eppure quanto coraggio quella giovane mostra nell’affrontare prima l’inquisitore che l’accusa e poi il processo che la priverà di una vita appena assaporata. Se è coinvolgente, strutturata come un bel thriller che si rispetti, la parte ambientata nell’Università, è allo stesso modo eccezionale quella all’interno degli uffici della procura. I dialoghi, pur lunghi, tra un procuratore che vede incrinare le proprie certezze ed un giovane che lucidamente esprime le proprie opinioni, confidando ciecamente nella saggezza della propria coscienza e nel suo spirito libero, sono terribilmente efficaci. Affascina l’idea che questa povera ma decisa ragazza sia riuscita a far breccia nel cuore del suo carnefice, ricordandogli il figlio che tanti problemi gli aveva dato perché professava gli stessi ideali. L’ultimo sguardo che il procuratore lancia alla giovane, prima che questa sia barbaramente giustiziata, è quello di chi ormai è convinto che la donna ha ragione ma non può far nulla per fermare quella enorme ingiustizia. Non importa perché come Sophie ha coraggiosamente affermato durante il processo, saranno loro, i suoi carnefici, a finire tra breve sul banco degli imputati, quando saranno spazzati via dagli Alleati. Nel frattempo i toni sgargianti iniziali hanno ceduto il passo prima al grigio dello studio dell’inquisitore, bello sì ma senz’anima, poi alla tetra atmosfera che si respira nel carcere. Eppure è proprio lì, in quelle quattro mura, da cui vorrebbe spiccare il volo verso l’azzurro cielo che Sophie conosce una detenuta di idee comuniste. Solidarizzano immediatamente con la giovane condannata a morte che si trova a parlare con una sconosciuta, non solo di politica ma anche del suo grande amore, ufficiale al fronte che non rivedrà mai più. Sono scene bellissime: chi sta per morire parla comunque delle cose grandi e piccole della vita, delle sue gioie e dei suoi dolori…

Il Regista e gli attori

Marc Rothemund

Marc Rothemund racconta la storia di Sophie senza scivolare nella trappola della commozione a tutti i costi. Eppure i pericoli per un film eccessivamente strappalacrime c’erano tutti, compresa quella scena finale in cui la ragazza dà appuntamento ai genitori nell’altra vita. Rothemund dribbla accuratamente tutte le mille insidie, grazie a dialoghi semplici ma profondi che spostano l’attenzione dello spettatore sul vero messaggio del film: libertà e democrazia sono beni irrinunciabili e qualunque regime ha sempre le ore contate perché inevitabilmente finisce per calpestare prima di tutto i diritti fondamentali dei propri cittadini, massacrandone le coscienze. Vincitore a pieno merito del festival di Berlino del 2005, La rosa bianca si avvale della superba interpretazione di Julia Jentsch (nei panni di Sophie) che nello stesso concorso ha ricevuto l’ambito riconoscimento di migliore attrice. I suoi duetti con l’altrettanto formidabile Gerald Alexander Held, nella parte dell’inquisitore, rimarranno certamente nella storia del cinema. Un film che fa riflettere, quindi, su un episodio ancora poco conosciuto del secondo conflitto mondiale ma che nello stesso tempo non annoia mai lo spettatore. Il cinema, a differenza della televisione spazzatura (almeno qui da noi), assolve magnificamente il compito di non far mai dimenticare episodi oscuri. Consigliamo di proiettarlo prima dell’inizio delle partite all’interno dei nostri stadi; scommettiamo che qualche cretino rinsavisce e ritira qualcuno di quei farneticanti striscioni nazisti ?.

La scheda del film

Regia: Marc Rothemund.
Con: Julia Jentsch, Alexander Held, Fabian Hinrichs, Johanna Gastdorf, André Hennicke, Florian Stetter.
Distribuzione: Istituto Luce
Genere: Drammatico
Sito del film

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