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Romanzo criminale
di Marzio

La trama

Negli anni ‘70 tre delinquenti provenienti dal quartiere della Magliana di Roma, legati, sin da ragazzini, da uno stretto rapporto di amicizia, decidono di por fine alla loro esistenza di pendolari del carcere. Il Lbanese, il Freddo, il Dandi (questi sono i soprannomi che si sono dati). Sequestrano, con la complicità di molti delinquenti del quartiere, il barone Rosellini (interpretato da Franco Interlenghi), chiedendo un risarcimento iniziale di ben dieci miliardi. Avendo ottenuto dal rapimento circa tre miliardi, nonostante l’uccisione dell’ostaggio, su proposta del Lbanese decidono di fare il grande salto, investendo nel mondo della finanza, riciclando danaro sporco ed entrando nel mercato della droga, con il fiero proposito (come fecero gli imperatori), di dominare Roma. Solo il commissario Scialoja, da poco apparentemente senza motivo, trasferito nella capitale da Bologna, intuisce che dietro la serie di efferati delitti che stanno insanguinando il mondo della malavita capitolina, si nasconde non solo un regolamento di conti all’interno della stessa per il controllo del territorio ma l’emergere prepotente di una banda sanguinaria che incomincia ad intrecciare pericolosi rapporti con il mondo finanziario, i servizi segreti deviati e persino con il mondo politico corrotto pur di portare a termine il proprio delirante progetto criminoso.

La recensione

Omicidio Pecorelli, sequestro di Aldo Moro, strage di Bologna, agguato Rosone, attentato al papa e persino rapimento di Emanuela Orlandi: questi sono solo alcuni dei misteri d’Italia irrisolti in cui è implicata o semplicemente sfiorata dal sospetto la famigerata banda della Magliana. Fare un film seppur solo liberamente ispirato alle terribili gesta di quell’organizzazione criminale che ha imperversato nella capitale per più di un decennio, era un operazione ardua e pericolosa per qualunque regista perché, fatalmente, si sarebbe dovuto affrontare il rapporto tra questa e la mafia, i poteri politici, la massoneria e le sue logge deviate. E poi non ci sono riusciti decenni di processi e tonnellate di carta bollata a dare una risposta ai misteri italiani, figuriamoci cosa avrebbe potuto fare un film in tre ore… Deve essere questo che ha indotto il meglio della gioventù, Marco Tullio Giordana, a rinunciare a quel progetto a lungo accarezzato, di portare sul grande schermo il fortunato romanzo dell’ex magistrato De Cataldo, a sua volta liberamente ispirato alle gesta di quella banda. Se a ciò si aggiunge l’eccessiva lunghezza del libro (oltre seicento pagine da sintetizzare), si intuisce il perché ci sia stato il fondato pericolo che il film non vedesse mai la luce. Ci voleva un tipo sanguigno, sin troppo collerico e rancoroso nei confronti dei critici ma deciso come Michele Placido, reduce dal tonfo di Ovunque sei, per rimettere mano a un progetto così scomodo; il risultato và oltre le più rosse aspettative. Il film, dal punto di vista tecnico, è semplicemente impeccabile; la fotografia di Luca Bigazzi immerge tutta la storia in atmosfere grigie, tetre, scure, degne dei migliori noir francesi; la sceneggiatura di Rulli, Petraglia e dello stesso De Cataldo, raramente dà segni di cedimento, non correndo mai il rischio di scivolare nel banale o peggio ancora di caricare troppo i personaggi, finendo per rappresentarli come macchiette. Il ritmo (qui il merito è tutto di Placido) è sempre serrato dall’inizio alla fine e le quasi due ore e mezza di durata del film scorrono velocissime; Placido costruisce un solido impianto filmico, supportato da una convincente trama e non lo disperde in fase di montaggio. Particolarmente indovinata è l’idea di basare il film principalmente su quattro personaggi; i tre delinquenti che si alternano a capo della banda della Magliana e il commissario che ha più di qualche momento di debolezza nei confronti della bellissima Patrizia, prostituta richiestissima negli ambienti della Roma bene e compagna del Dandi. Sono quattro personaggi in cerca di autore che il regista più pirandelliano del nostro cinema ha voluto fermamente portare sullo schermo, nella consapevolezza che in quei terribili anni non sempre era facile distinguere tra criminali e forze dell’ordine, politici corrotti e leali servitori dello stato, vittime e carnefici. Proprio per questo la più evidente critica che si può muovere al film, cioè quella, in alcuni momenti, di cercare troppo di capire questi ragazzi terribili che finiscono per essere prima strumentalizzati e poi stritolati da un sistema di potere troppo grande per loro, cade di fronte alle fonti cinematografiche (Il Padrino ma anche Carlito’s Way e più ancora Quei bravi ragazzi) a cui Romanzo criminale si ispira. Se appare troppo involontariamente giustificazionista questo film, figuriamoci che cosa si dovrebbe dire per l’intera saga di Francis Ford Coppola o per i capolavori di De Palma e Scorsese !!!. Il fatto è che Placido sceglie di raccontare liberamente la vita di quei criminali dall’interno del loro mondo, cercando di guardare con i loro occhi, parlando con la loro voce, seguendo da vicino i loro deliri di onnipotenza per descrivere meglio l’inaudita violenza dei loro atti. Una scelta molto pasoliniana che si può condividere o meno ma che testimonia il coraggio di un regista che non solo dimostra di non aver paura delle critiche ma talvolta di andarsele a cercare.

Il Regista e gli attori

Michele Placido

Piuttosto è sul fronte più prettamente politico che Romanzo criminale presta il fianco a critiche più fondate. La figura, ad esempio, di un politico (interpretato splendidamente da Toni Bertorelli che tira le fila del grande complotto, sembra fatta apposta per sposare in pieno la teoria del burattinaio che starebbe dietro a tutte le stragi avvenute in Italia. E’ una teoria, quella del Grande Vecchio, che ormai lascia forti dubbi anche negli inquirenti che ci avevano più creduto, quindi perché ripresentarla, raffigurando, per giunta, con la gobba (ogni riferimento è veramente puramente casuale ?) il personaggio politico sospettato di essere il manovratore ?. Un’altra obiezione politica che viene fatta al film appare a chi scrive francamente pretestuosa; siccome, nel finale, si scopre che il funzionario (interpretato da un irriconoscibile Gianmarco Tognazzi) di cui si serve il grande burattinaio per prendere i contatti con la banda della Magliana, faceva parte di un’organizzazione pacifista, l’intero movimento si è sentito toccato, accusando Placido di pericolose forzature. L’intento del regista era solo quello di trovare una conclusione alla vicenda, facendo capire che a dispetto di quello che poteva apparire dalla stampa del tempo, era molto facile contaminare ed infiltrare i movimenti sia essi di destra che di sinistra. Il film rende benissimo la sensazione che molti di noi avevano in quegli anni di piombo e di stragi: quella di vivere in uno stato le cui decisioni (per carità non sempre) erano orientate da un antistato; Placido è bravo inserendo immagini di repertorio, a portarci indietro nel tempo, in particolare girando magnificamente la scena della strage di Bologna. Dirige con superba maestria gli attori, avendo a disposizione il gotha del giovane cinema italiano. Kim Rossi Stuart, nella parte del Freddo, di volta in volta violento, cinico ma al tempo stesso lucido nel respingere ogni compromesso con il mondo della politica, mostra di essere uno dei migliori attori italiani oggi in circolazione. Altrettanto bravo è Perfrancesco Favino nella parte del Libanese che sogna di rinverdire con il crimine, i fasti della Roma imperiale; ottimo Claudio Santamaria nei panni del Dandi che non ama sporcarsi le mani ma preferisce che siano gli altri ad uccidere per lui. Notevole, allo stesso modo, è la caratterizzazione del neofascista soprannominato il Nero, data da Riccardo Scamarcio: certo passare dal personaggio brillante dell’Uomo perfetto a quello di un killer, spietata macchina di guerra che non vuole sapere i nomi di chi deve ammazzare né il perché, deve essere stato difficile ma il giovane idolo delle ragazzine ha vinto la scommessa. In un cast dove tutti sembrano in gran forma compreso uno Stefano Accorsi proveniente da prove non proprio brillanti , nella parte del commissario Scialoya, si difendono bene le attrici chiamate ad interpretare i due personaggi che hanno una parte fondamentale nella vicenda; Jasmine Trinca è brava nella parte della ingenua ragazza per cui perde la testa il Freddo, inducendolo a cambiare vita, scatenando così la gelosia del Freddo che intuisce subito di star perdendo non solo uno spietato complice ma anche l’amico fraterno; convincente, seppur penalizzata da un pessimo doppiaggio in italiano, la francese Anna Mouglalis in quella della prostituta più ambita di tutta Roma che và a vivere con il Dandi, salvando, grazie alla sua prorompente carica sessuale, la vita del commissario Scialoya, di lei pericolosamente invaghitosi. Un ottimo film questo Romanzo criminale che segna finalmente il ritorno in grande stile di quel cinema italiano di genere, esportabile anche all’estero,, troppo spesso dimenticato dai nostri produttori e dai nostri registri. Solo per questo Placido meriterebbe un plauso.

La scheda del film

Regia: Michele Placido.
Con: Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Anna Mouglalis, Claudio Santamaria, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca.
Distribuzione: Warner Bros
Genere: Drammatico
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