Gèvaudan, Francia meridionale, siamo negli anni che precedono quel grande evento che sconvolgerà le coscienze di mezzo mondo, la Rivoluzione francese. Da qualche tempo quell'angolo sconosciuto del regno è terrorizzato da una bestia, si pensa ad un lupo che uccide, massacrando senza nessuna pietà, le sue vittime. Sono più di cento i delitti efferati di quella belva mostruosa e caratteristica comune, è che la sua furia si abbatte, soprattutto, su donne e bambini. Da Parigi viene inviato, personalmente dal re, per risolvere il caso Gregoire de Fronsac, naturalista convinto, in compagnia del suo fido collaboratore indiano Mani. Scopriranno quanto è difficile catturare la bestia e che poi le cose, come nella vita di tutti i giorni, possono rivelarsi ben diverse da quelle che appaiono... Pioggia, nebbia fitta, atmosfera lugubre, boschi che nascondono mille insidie e i lupi che ululano lanciando il loro disperato messaggio. E' questa atmosfera cupa e greve che fa del Patto dei lupi l'inaspettata sorpresa di questo fine stagione cinematografico. L'impianto ed il costo è da vero e proprio Kolossal; a differenza di film come Pearl Harbor, costato anche di più, i soldi sembrano spesi bene. Il regista è francese, così come buona parte del cast ed il film rappresenta la prima e vera sfida del cinema europeo alle iper produzioni holliwoodiane. Ed è una sfida vincente su tutti i fronti; dalla spettacolarità delle scene, con un fortissimo tributo personale del regista alle arti marziali, alle atmosfere di paura ed incubo per la presenza della belva. E poi intrighi politici, religiosi e quant'altro. All'apparenza sembra un gigantesco contenitore in cui sia stato stipato di tutto, forse anche troppo; una prima parte rigorosamente storica, seguita da un'altra in cui sembra prevalere la leggenda e l'azione con un excursus, grazie a Mani, nella cultura indiana e la sua magia. Eppure la sensazione data dall'insieme del film è che tutto funzioni alla perfezione, a parte il classico lieto fine di cui, francamente, avremmo fatto volentieri a meno. La ragione per cui Il patto dei lupi è un bel film sta forse nella sua stessa genesi; il regista è francese, un convinto intellettuale appassionato di fantasy ed è riuscito a dare al film quel tocco di impegno, senza cadere nelle esagerazioni tipiche di una certa cinematografia transalpina. I dialoghi, allora, fanno la differenza tra questo kolossal francese e quelli americani; mai banali, semplici anche quando si tratta di narrare vicende storiche complesse. Proprio per questo la trama risulta oltre che avvincente anche intelligente e si lascia seguire dall'inizio alla fine. Detto questo si possono anche trovare le dovute analogie con altri film a cui il regista si è sicuramente ispirato. In primis Sleepy Hollow di Tim Burton, film americano ma non troppo e Il nome della rosa. Rispetto a quest'ultimo il Patto ha l'indubbio vantaggio di non soffrire, eccessivamente, il paragone con il libro da cui è tratto; infatti il film di Annaud, complessivamente appare inferiore, proprio perché, il libro di Eco, da cui è tratto, è un capolavoro. L'indiano Mani, sorta di Sandokan più intellettuale, ci riporta, poi, all'universo di Salgari ed alla grande avventura. Si potrebbe continuare sino all'infinito, nascondendosi negli angusti anfratti del ricordo e della memoria filmica. A pensarci bene bisogna stare attenti, la bestia sembra quasi non conoscere ostacoli, siamo proprio sicuri che non ci raggiungerebbe comunque?.
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Bravissimo il regista Christophe Gans che fa funzionare alla perfezione una complessa macchina filmica; complimenti per quella sorta di omaggio a Baz Luhrmann, con la telecamera che come un proiettile ci catapulta dal presente al passato; chi scrive riconosce che ha sempre subito il fascino di quel tipo di riprese. Gli attori sono tutti bravissimi; un convincente Samuel Le Bihan, nella parte di un naturalista, filosofo ed anche un po' playboy; un sorprendente Mark Dacascos, campione di Kung fu, nella parte di Mani, in cui spiritualità e magia si accompagnano ad una deflagrante potenza fisica, una vera e propria macchina da guerra ma raziocinante, sempre capace di dare lezione di umanità e buone maniere a tutti i Rambi di questo mondo. Discreta, tutto sommato, Monica Bellucci che interpreta una misteriosa donna fatale con una stranissima cadenza francese. Ultima annotazione per quella poco convincente scena finale; confessiamo di aver sperato sino all'ultimo che la belva distruggesse o mandasse fuori rotta quel veliero; magari con la nostra immaginazione riuscissimo a fare quello che Christophe Gans, forse per esigenze di produzione, non è riuscito a fare...
Marzio
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