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Panic room |
La trama |
Meg è stata da poco piantata dal suo ricco marito proprietario di una industria farmaceutica che si è invaghito follemente di un'altra. Pur di sopire i sensi di colpa che una situazione del genere provoca anche nei cuori dei più ricchi (di patrimonio si intende) e meno sensibili, ha deciso di non far mancare l'aiuto economico indispensabile per la moglie e la figlia Sarah. Le vediamo, nella prima scena, alle prese con due squali di un'agenzia immobiliare che vogliono per forza rifilare alle malcapitate una mega villa di quattro piani; un cupo ascensore interno e una scala da brividi che sembra fatta apposta per non essere mai salita, non frenano la voglia di mamma e figlia di ricominciare una nuova vita. La casa è bella, forse un po' lugubre, perché troppo buia ma sicura con tutti quei moderni sistemi, capaci di dissuadere il delinquente più incallito. E poi quella sorta di stanza nella stanza che è la panic room; è una struttura in cemento armato, costruita all'interno di una delle stanza, dotata di monitor da cui si controlla la situazione in tutta la casa; è altresì dotata di una linea telefonica con cui comunicare all'esterno in caso di pericolo. E' inattaccabile ed in caso di rapina o aggressione basta rinchiudervisi, aspettando l'arrivo dei nostri. Sembra filare tutto liscio, essere tutto perfetto (a parte la situazione familiare delle due donne a dir poco catastrofica); la prima notte delle due inquiline è tormentata da un temporale quasi da diluvio universale. Mamma e figlia dormono o per meglio dire cercano, visti i loro pensieri; tre ombre si profilano all'esterno della casa, in un attimo aprono la porta ed incomincia un incubo senza fine...
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| La recensione |
Chi scrive confessa di avere ultimamente molto dubitato sul futuro cinematografico del genere thriller. Film girati come fiction televisive, storie sempre uguali e banali; quando sembra che la situazione stia volgendo sempre più al peggio, ecco comparire film come Panic Room che riconciliano con il genere giallo. E' un film claustrofobico, inquietante, un lungo incubo che inchioda lo spettatore alla sedia per più di due ore. Risulta particolarmente felice la scelta di basare il film su una panic room che dovrebbe garantire la sicurezza per chi l'acquista ma diventa una sorta di prigione sia per Meg e figlia che per gli indesiderati ospiti. I criminali non sono poi tanto violenti, forse solo un pò goffi; hanno fatto male i conti sulla data del compromesso relativo all'acquisto di quella casa e si sono invischiati in un guaio più grosso di quel che pensavano. Non riescono ad uscire da quella situazione, a farla finita, a penetrare finalmente in quel bunker dove c'è la cassaforte con il bottino. A sua volta Meg è alla prese con i sofisticati sistemi di sicurezza di quella camera blindata; tanta tecnologia si arresta di fronte ad un telefono di emergenza che non funziona perchè la linea non è ancora stata attivata. Ed allora rimane sola, in un bunker da cui non può uscire, con una figlia che deve affrontare un quasi certo coma diabetico. Panic room è lo Shining degli anni 2000; lì in quell'albergo dove tutto sembrava funzionare alla perfezione, nel momento in cui scoppia la pazzia del protagonista, una bufera di neve blocca tutti i collegamenti ed i più innovativi sistemi di sicurezza e di comunicazione si rivelano inutili. Qui basta la semplice dimenticanza della stipula di un contratto telefonico, per trasformare la panic room in un carcere da cui è impossibile evadere. E' comune ai due film la paura delle nuove tecnologie, delle macchine che hanno sostituito del tutto l'uomo e che potrebbero improvvisamente bloccarsi, lasciandolo solo con le sue insicurezze. Certo del film di Kubrick, Panic Room non ha il respiro del grande capolavoro, privo com'è delle geniali intuizioni, delle magiche dissolvenze del grande cineasta ma colpisce lo stesso nel segno, per la sua intensità ed il suo coinvolgimento emotivo. Mentre Shining è una metafora sul dissolvimento e la fragilità del concetto di matrimonio e di famiglia, in Panic Room la tragedia sembra riunire, almeno temporaneamente, ciò che la vita di tutti i giorni ha diviso. Anche nei piccoli particolari si possono trovare analogie tra i due film; quel monopattino con cui la figlia Sarah va alla scoperta della casa, ricorda molto da vicino il triciclo con cui il piccolo Danny si addentra nei segreti dell'Overloch Hotel. E se Shining ha nei poteri del ragazzino, nella luccicanza che gli permette di vedere situazioni già vissute in quell'albergo, l'elemento capace di innescare nuovi colpi di scena, qui è Sarah, con la sua malattia, il diabete ed il suo bisogno di insulina, a riservare nuove sorprese e tensioni allo spettatore. Quello che accomuna tutte e due i film è la paranoia, la paura di trovarsi, per caso, in una situazione al di fuori della normalità. Ma a pensarci bene la normalità, la realtà a volte fanno più paura della fiction.
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| Il Regista e gli
attori |
David Fincher |
Dopo l'ottima prova in The game, David Fincher dimostra di essere un'abile artigiano che sa giocare con la paura ed i meccanismi psicologici che essa innesca. In Seven giocava con le ossessioni, il sadismo, qui con il ritmo serrato e l'inquietudine. Sembra aver fatto tesoro di quel segreto che Hitchock aveva rivelato a Truffaut: "la regola delle regole per confezionare un giallo che si rispetti è piazzare al momento opportuno una serie di colpi di scena, anche se improbabili. Lo spettatore sarà così preso dalla storia che difficilmente si attarderà ad analizzare l'improbabilità degli eventi". Fincher di suo ci mette le sapienti carrellate con cui conduce lo spettatore a visitare quella casa e quella scena di pura magia in cui, attraverso le serrature delle porte, ci conduce da Meg che sta dormendo al piano di su; quanto vorremmo svegliarla, noi poveri spettatori, per avvisarla del pericolo incombente... Certo grande merito và a David Koepp, uno dei più apprezzati sceneggiatori su cui Hollywood può contare; questo a dimostrazione che senza una trama di ferro, sapientemente costruita, ogni virtuosismo registico si rivela vano. Bravissima Jodie Foster, alle prese con una donna vinta, fragile ma che proprio nel momento di estremo pericolo trova un'inaspettata forza per reagire. E dire che in quel ruolo doveva esserci Nicole Kidman che nella versione originale presta la voce all'amante del marito che risponde, non inquadrata, al telefono ad una Meg terrorizzata. La brava attrice australiana è stata costretta a rifiutare la parte per i postumi di un incidente avuto sul set di Moulin Rouge. Più che per una identificazione forse maggiormente immediata dello spettatore nella figura di una Jodie Foster, certamente più "terrena", la scelta si rivela azzeccata perché alla bella Kidman avrebbe certamente nociuto la sua precedente interpretazione in The others. Due thriller a così poca distanza l'uno dall'altro rischiano di stancare i fans più agguerriti. Lo sa bene la brava e saggia Jodie, tornata a questo genere dopo diverse esperienze cinematografiche; sono passai molti anni dalla felice interpretazione dell'agente Clarice Starling nel Silenzio degli innocenti. E quando si è trattato di girare il seguito, Hannibal, si è intelligentemente defilata, non accettando di interpretare la stessa parte. Ogni volta Jodie corre il rischio, per la forte caratterizzazione ed intensità emotiva dei suoi personaggi (vedi la ragazzina in Taxi driver) di rimanerne prigioniera come in una sorta di panic room cinematografica e sempre ci sorprende fuggendo, quasi, da essi ed accettando nuove sfide. Ha capito che il tempo e il non essere eccessivamente ripetitivi possono essere alleati preziosi per un attore.
Marzio
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