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| La trama |
All’ispettore Amaldi viene affidato un caso veramente difficile; deve indagare su un serial killer che asporta arti alle povere vittime, disseminando indizi sul luogo del delitto; quella del poliziotto dai modi sin troppo duri diventa, ben presto, una lotta contro il tempo per smascherare l’assassino ed evitare altre vittime. Tra queste sembra iscriversi di diritto una bella studentessa universitaria perseguitata dalle minacce telefoniche di un maniaco che si rivolge alla polizia per essere protetta. Riuscirà Amaldi lottando contro il suo stesso passato che lo perseguita a salvare la ragazza e catturare il crudele assassino?…
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| La recensione |
C’era una volta il thriller all’italiana, genere che aveva in Mario Bava prima e Dario Argento poi, i suoi massimi esponenti; i loro erano film che magari qui e là scivolavano nel grottesco, finendo per far ridere in qualche circostanza ma non vi è dubbio che contenevano scene in cui la tensione era al massimo livello ed il salto sulla sedia (oggi poltrona) per lo spettatore ampiamente assicurato. Il declino poi (diciamo da Opera in poi) di Argento con l’affievolirsi della sua vena ispirativa (vedi il recente Il cartaio ma anche il precedente deludente Non ho sonno ), ha fatto sì che i numerosi discepoli dell’epoca abbandonassero frettolosamente il maestro, per rifugiarsi nell’accogliente ventre di mamma Rai e sorella Fininvest , per sciorinare stucchevoli serie televisive ambientate in stazioni di polizia varie, in tribunali e finanche in canoniche dove trovano rifugio preti che sognano di diventare ispettori. Con il risultato poco edificante (a parte l’audience con cui ormai sembra si debba misurare tutto) di intorpidire le menti degli spettatori che sul finire degli anni ‘70 erano giovani ed avevano preso una vera e propria cotta per quel genere, difendendolo a spada tratta dai critici denigratori; gli stessi che poi, come spesso accade, sarebbero saliti in massa sul carro del Tarantino di turno che nella sbornia anche eccessiva (mi perdoni questa critica un regista che personalmente adoro) ha rivalutato questo genere, insieme ai tanti Pierini , alle Dottoresse militari , alle Ubalde , ai Cotechigno centravanti di sfondamento che purtroppo fanno parte a pieno titolo della storia del nostro cinema trash più tradizionale. Ora ecco che coraggiosamente un giovane regista italiano tenta di rispolverare con Occhi di Cristallo un genere tenuto forse troppo in naftalina; il risultato và oltre le più rosee aspettative. I primi trenta minuti sono semplicemente favolosi, al cardiopalma, dove niente viene risparmiato allo spettatore; in particolare la scena in cui lo scoiattolo viene impagliato da vivo (a proposito come la mettiamo con la lega antivivisezione!!!) con schizzi di sangue dappertutto è un vero e proprio pugno nello stomaco del povero spettatore. Poi, fortunatamente, il film si ferma con il regista che dà l’impressione di impantanarsi nel solito dilemma del thriller: fare una scelta holliwoodiana e puntare tutto su un serial killer la cui identità è subito rivelata per farne conoscere meglio il profilo psicologico, analizzandone il passato per poi comprendere il presente; oppure non rivelare da subito l’assassino, depistare lo spettatore sino al colpo di scena finale con il rischio di peccare in superficialità nella descrizione del personaggio ma di mantenere alta la tensione sino alla fine. Puglielli sceglie la seconda strada ed il film riprende il suo ritmo incalzante, costringendo lo spettatore a seguire la vicenda con interesse, sobbalzando più volte dalla poltrona. Si sospetta di tutto e di tutti mentre la verità è a portata di mani. Ne risulta un film sicuramente vincente dal punto di vista delle immagini in cui il taglio visionario ed onirico finiscono, talvolta, per soffocare una sceneggiatura che a tratti sembra incespicare. Nonostante tutto numerose sono le scene degne di essere ricordate: quella iniziale dell’inseguimento da parte del commissario Amaldi di uno stupratore; tutte quelle ambientate nell’ospedale dove è ricoverato il collega malato terminale, ossessionato da un passato che sembra perseguitarlo; il primo delitto che ricorda macabramente per le modalità, quelli del mostro di Firenze; un finale un po’ eccessivamente caricato ma con guizzi e colpi di scena tali da non correre mai il rischio di scadere nel macchiettismo.
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| Il Regista e gli
attori |
Eros Puglielli |
Certo Occhi di cristallo non introduce alcun elemento di novità nel genere thriller horror; Puglielli in molte scene mostra di essere debitore di più film. La scritta con il sangue sul muro della stanza di ospedale, rimanda a i Fiumi di porpora; la cura con cui l’assassino trucca le sue vittime ricorda Profondo rosso di Dario Argento, le modalità con cui asporta parti dal corpo delle vittime sono un chiaro riferimento allo splendido Seven; da Balaguerò, poi, prende la ricostruzione degli agghiaccianti incubi notturni che segnano la vita e le ultime ore dell’ex collega di Amaldi, con un montaggio serrato (da videoclip) accompagnato da un tema musicale incombente. E gli attori?. Questo è forse il punto debole di questo film: come tutti i thriller horror sono le immagini (in primis quelle subliminali), i colpi di scena, l’angoscia che coinvolgono maggiormente lo spettatore, lasciando la convinzione (vedi anche le ultime produzioni horror d‘oltreoceano e il filone asiatico) che per quel genere non siano necessari attori di grosso richiamo. Certo Lo Cascio, nella parte dell’ispettore Amaldi, è bravo ma preferiamo ricordarlo più ne I Cento passi, ne La Meglio gioventù o nello splendido Buongiorno notte che per questo ruolo. D’altronde anche ai tempi dell’uscita nelle sale di Profondo rosso non era certo l’interpretazione del compianto David Hemmings a lasciare il segno ad una prima visione. Solo rivedendo il film successivamente ci si accorgeva della bravura di questo attore e dell’intero cast. Un altro appunto a Puglielli ed alla produzione ci sia permesso di fare: perché fare uscire il film a novembre, periodo affollatissimo di pellicole d’oltreoceano da incassi da capogiro e non magari a Giugno, mese (questo è un problema annoso per la nostra cinematografia) avaro di proposte allettanti?. Occhi di cristallo, ne siamo convinti, sarebbe stato visto da un numero maggiore di spettatori. Per concludere un ottimo film che sarà sicuramente rivalutato una volta uscito in dvd e che forse segna una svolta (insieme, ad esempio, a Il Fuggiasco di Manni) nel nostro panorama cinematografico: la rinascita del film di genere, girato da un regista artigiano che possa piacere anche all’estero e che coesista con il cinema di autore. Infatti il vero problema del cinema qui da noi è che il declino inevitabile della commedia all’italiana ha prodotto una evidente mancanza di film medi, capaci di attrarre gli spettatori; il risultato è che troppi giovani cineasti o aspiranti tali hanno finito per cimentarsi solo con progetti di autore con esiti, a volte, imbarazzanti (per non dire altro) proprio dal punto di vista culturale. Ed invece è estremamente difficile ed impegnativo costruire un film di genere che possa piacere non solo a chi lo gira ma anche al grande pubblico, in cui tutto sia studiato nei minimi particolari; in Occhi di cristallo, ad esempio, è costruita in maniera sublime l’ambientazione in una città non identificata (gli esterni sono stati girati a Sofia) ma i cui luoghi (il porto in stato di completo abbandono) sono il simbolo di una decadenza da un passato che doveva essere ben più florido. Speriamo che questo di Puglielli non rimanga il solo tentativo di rianimare il genere thriller; ci sarebbe bisogno anche da noi, così come in Spagna, di una casa di produzione come la Filmax che nel giro di pochi anni con titoli come Darkness, Nameless, Intacto, Second name ed il recente L’uomo senza sonno ha portato il paella thriller all’attenzione dei mercati cinematografici internazionali.
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