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La seconda notte di nozze
di Marzio |
| La trama |
La seconda guerra mondiale è finita da poco ma non ha ancora smesso di mietere vittime; l’ultima è una innocente bambina di nove anni saltata su una mina nei pressi di un piccolo paese della Puglia. Giordano, il disturbato mentale del paese accudito da due vecchie zie, si è assunto l’ingrato compito di sminare il territorio. Ogni suo intervento è uno spettacolo a cui la gente del paese (soprattutto i bambini) partecipa, aspettando con ansia l’esplosione liberatoria. La situazione finanziaria di Giordano e delle zie è di gran lunga migliore del resto del paese: hanno terre, vigne e una piccola aziendina a carattere familiare per la confezione di confetti. Lilliana, invece, fresca vedova del fratello di Giordano, vive una misera esistenza a Bologna; la città è in ginocchio dopo la fine del conflitto e la donna è ospite in un dormitorio ricavato all’interno di una chiesa. Deve fare i conti con quel figlio imbroglione, di nome Nino, che si ritrova, il quale coltiva la passione di fare cinema. Giordano è sempre stato innamorato di Lilliana e basta una lettera inviata alla vedova in un momento così difficile, per far balenare in quel delinquente di Nino, l’idea di trasferirsi in Puglia, a casa dello zio e magari cercare di spillargli qualche soldo. La lettera di risposta che arriva a Giordano da parte della cognata, finisce per metterlo definitivamente in crisi, riaccendendo quella passione mai sufficientemente sopita. Imponendosi alle due zie le costringe ad accettare la presenza di quella donnaccia (per loro), insieme a quel lestofante del figlio, nella speranza di riuscire a strappare a Lilliana quel fatidico sì…
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| La recensione |
Ennesima incursione di Pupi Avati in una provincia italiana ed in un tempo che ormai non ci sono più, La seconda notte di nozze è forse il meno convincente dei film intimisti del bravo regista romagnolo. Per carità nulla da dire sulle sue capacità di scelta e direzione degli attori; dopo il Carlo Delle Piane di Una gita scolastica, il Diego Abatantuono di Regalo di Natale, il Nick Novecento di Impiegati e le sorprese Vanessa Incontrada e Neri Marcorè del Cuore Altrove, ora tocca ad un Antonio Albanese perfetto nei panni di un povero ritardato e in particolare a una sorprendente Katia Ricciarelli in quelli della cognata in grado di portare grandi cambiamenti nella piatta vita dell’uomo. Non manca neanche quella sottile ironia (grazie soprattutto al personaggio interpretato da Neri Marcorè) che è ormai divenuta un vero e proprio marchio di fabbrica del cinema di Avati. Quando poi ad interpretare le due zie che vivono nel paese pugliese, riconosciamo la napoletana Angela Luce e la romana Marisa Merlini, qualche dubbio sulla efficacia linguistica della scelta ce lo poniamo. Anche questo è brillantemente superato dal fatto che ormai il dialetto pugliese (in particolare barese) è stato (mi si passi il pessimo termine) sin troppo banfizzato, per cui chi parla con l’accento di nonno Libero viene ritenuto un suo imitatore più che un’abitante proveniente da quella splendida terra. Bene ha fatto, quindi, Avati ad affidarsi alla performance delle due grandi attrici, evitando così allo spettatore di distrarsi, pensando magari alla comicità di Lino Banfi. Detto questo l’impressione che dà La seconda notte di nozze è quella di essere un nostalgico album di fotografie, ogni tanto da sfogliare ma privo di quella necessaria unità narrativa per potersi definire un film. Le scene ci appaiono sullo schermo slegate tra loro, con personaggi (vedi quello interpretato da Toni Santagata) a cui forse doveva essere dato più spazio. L’impressione finale è quella di trovarsi di fronte ad uno sceneggiato televisivo bene interpretato, in cui da un momento all’altro, nella solita interruzione pubblicitaria, ci aspettiamo di veder comparire Giovanni Rana ed i suoi tortellini o sentir parlare del dottor Scotti e del suo riso. Il risultato è che all’uscita dal cinema ben presto ci si dimentica di questo film, affiorando ogni tanto nel ricordo solo la splendida performance degli attori. E per un regista che ha fatto, in questo periodo della sua vita artistica, una scelta profondamente intimista, il non riuscire a catturare l’interesse del pubblico al di là di una semplice e frettolosa visione, con una storia convincente e coinvolgente, è forse il risultato più negativo a cui poteva andare incontro. Ma questo è solo il pensiero di chi scrive.
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| Il Regista e gli
attori |
Pupi Avati |
Avendo già parlato della bravura degli attori, della maestria di Pupi Avati nelle loro scelta, preferiamo soffermarci sulla scena finale che chiude indegnamente il film. Il richiamo (per carità giustissimo) alla quantità di vittime innocenti che fanno le mine nel mondo, rispecchia la battaglia politica che sull’argomento, non da oggi, il regista romagnolo sta conducendo. Nonostante questo, seppur richiamata più volte nel contesto della storia, sembra completamente slegata da tutte le altre scene. Forse tutto rientra nell’impressione avuta da chi scrive, di trovarsi di fronte ad un film pieno di buone intenzioni e di grandi professionisti ma dove singole scene, seppur ben girate, non riescono a comporre un film riuscito. Per finire un auspicio per un regista che ormai ha definitivamente superato (visto gli ottimi incassi dei suoi ultimi film) la particolare crisi in cui era caduto, per sua stessa ammissione, dopo il flop di I cavalieri che fecero l’impresa: ritorni con coraggio a fare film di genere, esplorando la storia, magari alternandoli a progetti più intimisti. Basti ricordare che Pupi Avati, ad esempio, prima di Dario Argento era stato capace di girare, con La casa dalle finestre che ridono, uno dei film italiani più terrificanti, sconfinando superbamente nell’ horror. Continuando a fare solo e sempre film intimisti, basati sulla memoria e il ricordo, rischia di percorrere la stessa strada intrapresa da Woody Allen: quella di girare film bellini, carini, molto simili tra loro ma di cui ci si dimentica in fretta. Sarebbe un vero peccato per uno dei registi italiani più apprezzati all’estero.
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