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Non aprite quella porta |
La trama |
Texas, estate rovente del 1973; cinque giovani al termine delle loro vacanze, sono in viaggio verso Dallas per assistere ad un concerto rock. Li sorprendiamo, nell'arido deserto texano, a bordo del loro furgoncino, a parlare di sesso, droga e rock and roll; sono i perfetti rappresentanti di quella generazione che negli anni '70 cambiò l'America, sia nel bene, contribuendo, con la contestazione, a spingere l'opinione pubblica a schierarsi contro il conflitto in Vietnam, che nel male rovinando, con la droga, vite intere. Il passaggio dato ad una giovane donna sanguinante e terrorizzata, incapace di raccontare cosa le è successo, li spingerà verso il più atroce degli incubi...
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| La recensione |
Non aprite quella porta è il remake dell'omonimo film di Tobe Hooper del 1974; dopo quel film mai più Hooper seppe ripetersi allo stesso livello, nemmeno con Poltergeist. Tratto da un fatto di cronaca veramente accaduto che aveva scioccato gli Stati Uniti, con il serial killer soprannominato "Faccia di pelle" accusato di ben 33 delitti, il film divenne rapidamente un cult movie. Ora, a distanza di 20 anni, Marcus Nispel, regista proveniente dalla pubblicità, ci narra la stessa storia; bisogna riconoscere che lo fa molto bene. Spaventoso, è questo l'aggettivo più adatto per questo film e terrificante è la messa in scena dell'intera storia. Certo gli stereotipi del genere horror ci sono tutti: la pioggia torrenziale, le porte e le finestre che cigolano, la luna piena, i topi che non mancano mai ed ancora arti mozzate, sangue che scorre a fiumi, maschere ottenute con una raffinata (si fa per dire) operazione di taglia e cuci con la pelle delle vittime; la tensione rimane comunque sempre alta e le scariche di adrenalina corrono lungo la schiena degli spettatori per tutta la durata del film. Dal momento in cui il serial killer fa la sua prima apparizione, non c'è un attimo di tregua; veniamo letteralmente trascinati, come i protagonisti del film, nel suo terrificante mondo, fatto di macabri rituali. E la sua terribile arma, la motosega, diventa una presenza oppressiva ed ossessiva che ci insegue durante tutto il film. E' proprio nella capacità di coinvolgere lo spettatore che Non aprite quella porta trova il suo punto di forza. Nispel non si avventura in nessuna ricerca psicologica, se non in modo marginale, sulle cause che hanno portato Faccia di pelle alla pazzia; il mulino, la fattoria dove si svolgono i fatti e il particolare nucleo familiare del serial killer, sono sì lo specchio di quell'America rurale e felice tanto osannata da Ronald Regan negli anni della sua Presidenza ma la descrizione è essenziale al racconto più che materia di approfondimento sociologico. Insomma Non aprite quella porta è lontano, dal punto di vista dell'introspezione psicologica, da Il silenzio degli innocenti ma cosa sorprendente non per questo meno efficace. La scelta di fare semplicemente un horror, come si faceva una volta, si rivela vincente. Troppe volte, in nome forse di un patto non scritto tra le maior, di non indulgere in scene di violenza, il cinema americano, in questi ultimi tempi, ci aveva deluso, sfornando horror che di terrificante avevano ben poco. Premesso che quel patto è giusto applicarlo ai programmi televisivi ma non ai film che comunque possono essere vietati ai minori, mi chiedo quanti brividi avrà provocato l'evanescente Nave fantasma o il poco pauroso, anche se per certi versi avvincente, The ring.
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| Il Regista e gli
attori |
Marcus Nispel |
Ora, grazie a questo Non aprite quella porta ed ai recenti , Identity, 28 giorni dopo e soprattutto il bellissimo Frailty, il genere horror sembra stia tornando agli antichi fasti degli anni '70, avendo la meglio su quell'action movie che sta perdendo sempre di più consensi tra il pubblico giovanile (vedi i risultati non proprio esaltanti di Bad Boys 2, S.W.A.T. e lo stesso Terminator 3). Secondo l'opinione di chi scrive, un sano horror non può prescindere dalla tensione, da cui scaturisce la paura ed il sangue ci deve essere, sempre che essenziale allo sviluppo della storia. E per cortesia cada definitivamente l'ennesimo pregiudizio di cui sembra che i critici cinematografici siano prigionieri: chi l'ha detto che un regista pubblicitario non possa dirigere un buon film ?. Nispel, con Non aprite quella porta, ne dà l'esempio più calzante; le scene iniziali, girate in bianco e nero con taglio documentaristico, accompagnate dal classico effetto nebbia, sono magistrali. Nispel, come dimostra in in tutto il film, con la macchina da presa ci sa fare; seguendo sempre da vicino i protagonisti ne cattura, mirabilmente, la paura ed il terrore. Gli attori, tutti giovanissimi, assecondano diligentemente il lavoro del regista risultando, nelle loro parti, tutti convincenti (in particolare occhio alla protagonista Jessica Beal). Certo, a parte la piacevole sorpresa di rivedere Lee Ermey, già terribile sergente in Full Metal Jacket , qui nella parte di uno sceriffo rozzo e violento, in Non aprite quella parte mancano gli attori famosi; in realtà, il successo del film dimostra che l'horror, quando è ben fatto, attira a prescindere dalla notorietà degli interpreti. Per concludere questo remake forse non diventerà un cult (anche se chi scrive ci spera) come l'originale ma è così ben fatto da appassionare sino all'ultima scena; non è poco, tanto da poter dire che il vecchio genere horror, troppe volte dato frettolosamente per estinto, è risuscitato.
Marzio
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