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Mio fratello è figlio unico
di Marzio |
| La trama |
Latina, anni '60, Accio scappa dal seminario sino ad allora frequentato con ottimi risultati, perché in preda alle prime pulsioni sessuali adolescenziali. Illuso dal padre che gli promette, in caso di ottimi voti a scuola, di iscriversi al liceo classico per studiare il latino, subisce una cocente delusione quando la madre gli nega questa possibilità. Sarebbe meglio che frequentasse un istituto tecnico, visto che già la sorella mostra interesse per gli studi classici ed il fratello, Manrico, orgogliosamente sta per essere assunto dalla stessa azienda in cui lavora il padre come operaio. Quest'ultimo è il perfetto esempio di catto-comunista dell'epoca: canta bandiera rossa, sognando il riscatto da una vita piena di stenti (casa sempre più puntellata, paga misera che a stento permette di finire la giornata) ma nello stesso tempo, devoto credente, vorrebbe fortemente che il figlio minore avesse un futuro da monsignore. Accio si convince che i genitori (soprattutto la madre) in realtà stravedano per Manrico e sua sorella, mentre di lui si vergognano. Trova conforto in un venditore ambulante di tovaglie che con il suo furgone fa il giro dei paesi della provincia laziale; in breve Accio divora tutti i libri e le riviste che il piazzista nasconde a bordo del furgone, Ed allora conosce Mussolini, la storia del fascismo, quanto si viveva bene in quel periodo e come gli italiani acclamassero il duce quando era in auge e viceversa lo abbandonassero al suo tragico destino, quando fu sconfitto. In pratica, nel giro di alcuni anni, Accio diventa uno dei più pericolosi e temuti picchiatori fascisti, pronto a sfidare anche il fratello Manrico, a sua volta comunista e sindacalista. In casa la vita continua come prima, con Accio che copre il fratello quando questi porta a casa, in assenza dei genitori, una bella studentessa francese. Di lei, ovviamente, si innamora follemente Accio che non riesce a capire cosa possa trovare quella splendida fanciulla in Manrico, il quale regolarmente la tradisce. Intanto, in politica, il mancato latinista preferisce l'azione, dando la caccia ai rossi ovunque si trovino. Temuto e ritenuto sin troppo testa calda dagli stessi camerati, Accio si rifiuta, però, di partecipare al raid punitivo contro la 850 di Manrico. In breve passerà dall'altra parte (politicamente parlando), sognando una rivoluzione in cui magari ci sia spazio per la bella francesina...
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| La recensione |
Mio fratello è figlio unico è senz' alcun dubbio uno dei migliori film italiani degli ultimi anni. La storia di Accio e Manrico si sviluppa sullo schermo anche meglio dei fatti narrati in La meglio gioventù. Lì, Sandro Petraglia e Stefano Rulli, storici sceneggiatori della Piovra, partivano da storie individuali, drammi familiari che si sviluppavano nell'arco di molti anni, alternandole con le vicende politiche che si svolgevano nel nostro paese. Intorno a metà del film lo spettatore correva il rischio di provare una sorta di stordimento; ciò era dovuto al prevalere delle vicende politiche che offuscavano, in un particolare momento, quelle personali o viceversa. La sensazione di un equilibrio non sempre perfetto tra storie personali e vicende politiche, rendevano La meglio gioventù un film splendidamente imperfetto. Qui gli stessi sceneggiatori non danno mai l'impressione di privilegiare l'aspetto politico a danno dei personaggi. Anzi, la vicenda politica è la mera cornice, insieme ai luoghi in cui è ambientata la storia, in cui si svolgono i fatti ed i rapporti personali, a volte conflittuali, di due caratteri che non potevano essere tanto differenti tra loro. Le colpe dei genitori, in particolare della madre, sono evidenti (il suo preferire Manrico e la sorella ad Accio) ma comunque vanno valutate nel contesto in cui i fatti si svolgono; la donna cerca di dare una mano al marito per arrivare almeno alla metà del mese, lavorando al telaio e vivendo in una casa fatiscente dove tutto sembra essere provvisorio. Lo stesso dicasi per il marito le cui aspettative nei confronti di Accio, appaiono eccessive. Lo vorrebbe addirittura monsignore ma sarebbe propenso a lasciarlo in pace se non fosse per una moglie con un carattere certamente più deciso del suo. Da una famiglia così oppressiva, Accio non può far altro che sognare di andare via; come succede spesso e volentieri, quando lo fa, scopre che in fondo era meglio quando si stava peggio... In fondo i genitori compivano uno sforzo sovrumano per garantire ai figli un presente dignitoso e la speranza di un futuro migliore. Se una sbavatura si può trovare al film é nel dimenticarsi, ogni tanto, di personaggi fondamentali della vicenda. Ogni tanto spariscono la mamma, la sorella ed il padre dei protagonisti ed il pubblico si chiede che fine abbiano fatto.
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| Il Regista e gli
attori |
Daniele Luchetti |
Ed allora il filo del racconto non viene mai perso dallo spettatore che si immedesima a tal punto nella storia da pensare di passeggiare realmente in una Latina grigia e tetra o a Sabaudia, vanto dell'architettura fascista, sotto quel balcone da dove si affacciò il duce per arringare al popolo italiano. Di contro le interminabili riunioni dei gruppi di sinistra, gli estenuanti dibattiti che finivano per esaltare il comunismo, forse una delle più grande utopie, tradite dalla realtà dei fatti. In mezzo a tutto ciò, le musiche dell'epoca, mai invadenti che accompagnano la storia di questi due fratelli., all'apparenza tanto diversi ma simili nell'innamorarsi di un illusione (la politica) che poi si sarebbe rivelata ben diversa da quella immaginata. Bravissimo Daniele Lucchetti che dopo i riusciti Il portaborse e La scuola si era un po' perso dietro al progetto di far rinascere la commedia all'italiana. Il suo stile è unico, facilmente riconoscibile, può piacere o meno ma è il DNA del regista. Semplicemente mostruosi Elio Germano e Riccardo Scamarcio nelle parti, rispettivamente di Accio e Manrico. Scamarcio sarà anche l'idolo delle teen-ager, il ragazzo che in un momento di crisi, sol perché bello, ha risollevato le sorti del cinema italiano, facendo impazzire le ragazzine e contestualmente lievitare gli incassi, con il suo sguardo magnetico; certo è che sulle sue capacità di recitazione, nessuno può più dubitare. Elio Germano si conferma l'attore più enigmatico del cinema italiano; non ne ricordi mai il viso ma solo quello dei personaggi che interpreta: poliedrico, trasformista, lascia spazio ai personaggi che interpreta, piuttosto che a se stesso. E' veramente uno degli attori di punta del nostro cinema. In definitiva Mio fratello é figlio unico é l'esempio di come il nostro cinema possa risorgere, in breve, ai fasti di un tempo con film che ne siamo sicuri (come questo), possano piacere anche all'estero.
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