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| La trama |
Michael Clayton per 15 lunghi anni ha ripulito a New York i panni sporchi delle grosse aziende. E’ un avvocato privato un po’ particolare, un consulente che lavora quasi in incognita su delega di grandi studi, a cui sono affidati incarichi scottanti. La sua vita sembra ormai arrivata ad un bivio: un figlio a cui dedica pochissimo tempo, un fratello sempre nei guai che lo spinge a sedersi nuovamente a quel tavolo da gioco che tanti problemi in precedenza gli aveva procurato, per cercare di vincere quella grossa somma indispensabile per aiutarlo a salvare il bar dal fallimento. Se non bastasse, per il nuovo principio di chi inventa la globlalizzazione, l’aspetti (in sostituzione dell’ormai invecchiato chi lo fa, l’aspetti), il suo studio sta per essere rilevato da una potente società inglese, con tutte le incognite che ciò comporta per il futuro della sua attività lavorativa ed il posto della sua unica segretaria. Michael riceve l’incarico da un potente studio legale, per conto di una grande multinazionale che commercializza un prodotto per il terzo mondo, rivelatosi cancerogeno, di far sparire i documenti ufficiali, di mettere tutto a tacere e soprattutto di zittire quel suo amico e maestro Arthur Edens, che chiamato a difendere gli interessi della compagnia (la U/North), ha finito per accusarla pesante, dando ragione alle famiglie contadine che le fanno causa. In una società realmente civile, di fronte a prove così schiaccianti nei confronti della multinazionale, la soluzione più ovvia sarebbe che la grande società, riconoscendo la pericolosità del prodotto (in questo caso un pesticida) lo ritirasse dal commercio, risarcendo chi è stato pesantemente danneggiato; invece come spesso accade nel mondo della finanza, la U/North preferisce servirsi della sua spregiudicata consulente, in procinto di entrarne nel consiglio di amministrazione, per evitare di ritirare il proprio prodotto dal mercato, al prezzo di seminare più di un cadavere per strada. Riuscirà Michael Clayton a portare a termine il suo compito con la solita lucidità e freddezza o entrerà in crisi profonda, volendo vederci chiaro su cosa si nasconda dietro l’apparente suicidio di Arthur ed i loschi traffici della U/North ?.
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| La recensione |
Dopo The Constant Gardener - La cospirazione, eccessivamente ignorato dalla critica e dal pubblico e il poco riuscito The interpreter, Michael Clayton è l’ennesimo tentativo di far risorgere il thriller classico degli anni ’80, finito per essere destrutturato dalle moderne (e non sempre di qualità) serie televisive americane. Girato da Tony Gilroy già apprezzato sceneggiatore di L’avvocato del diavolo, è un film solido, dove nulla è lasciato a caso, ottimamente recitato. Gilroy, memore della lezione dei grandi gialli del passato, utilizza un ritmo lento, in modo da dare allo spettatore la possibilità di apprezzare i bei dialoghi dei protagonisti e di riflettere su quanto si sta svolgendo sulla scena. Una vera e propria lezione di come si possa fare ancora buon cinema, seppur guardando al passato, quando si sanno scrivere i copioni, evitando che l’azione prenda il sopravvento sulla storia. Il film non corre mai il rischio di incepparsi, grazie al collaudato meccanismo del finale che è anticipato, seppur non interamente ovviamente, nella parte iniziale del film. Il tema musicale, poi, è azzeccatissimo, mai invadente, fa da perfetta cornice ad una storia squallida, in cui la grande multinazionale di turno preferisce comprare il silenzio, piuttosto che riconoscere i propri errori. Alla luce di quanto si vede sullo schermo, bisogna riconoscere che la Mattel, grande industria di giocattoli in questo momento sotto accusa per i propri prodotti costruiti in Cina, ha avuto almeno il coraggio di riconoscere i propri errori (in primis il poco controllo sui giocattoli provenienti da quel paese), ritirando dal commercio quelli pericolosi. Sarà per la indubbia forza delle associazioni dei consumatori, a loro volta divenute, soprattutto negli Usa, lobby al cui servizio ci sono avvocati prestigiosi, certo è che non è facile per un impero economico ammettere di avere sbagliato. Certo ormai il danno è stato fatto ma per una volta tanto la logica del profitto ad ogni costo, sembra essersi piegata di fronte a quella di non mettere più a repentaglio vite umane (in primis i bambini per i quali i giocattoli vengono costruiti). Fa bene questo film a richiamare l’attenzione su quanto poco le grandi multinazionali, apparentemente quasi tutte impegnate nel campo della solidarietà, diano così poca importanza alla salute, al rispetto della vita umana. Qualcuno potrà obiettare che siamo di fronte ad un tipico prodotto hollywoodiano che altre volte il cinema americano aveva raccontato storie simili (Traffic ad esempio di Steven Soderbergh, qui nelle vesti di produttore) prendendo a pretesto un problema sociale, una battaglia ambientalista al solo scopo di incassare e magari guadagnare qualche statuetta nella notte degli Oscar; in realtà è sempre bene che noi consumisti senza ritegno, ormai inguaribilmente attratti dai Centri commerciali e dal prodotto che semplifichi (anche nel campo dell’agricoltura) il lavoro, ogni tanto ci fermiamo a riflettere sulla bontà di ciò che acquistiamo, nella convinzione che dobbiamo pretendere dalla grande azienda prima di tutto la sicurezza su ciò che produce e ci vende.
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| Il Regista e gli
attori |
Tony Gilroy |
Nel cast tutti fanno a gara ad immedesimarsi nella storia; da una splendida Tilda Swinton qui perfetta strega nel campo economico a un Tom Wilkinson veramente eccezionale in quello Arthur Edens, squalo pentito del mondo delle lucrose consulenze legali che decide di intraprendere una guerra impossibile contro il potere della multinazionale di turno, a Sidney Pollack, forse il personaggio più cinico e perfido di tutto il film, sempre in bilico tra l’essere un criminale impresentabile o semplicemente presentabile. Tra loro fa un figurone Gorge Clooney, ormai leader indiscusso del cinema di impegno sia come attore (Syriana) che come regista (Good Night and Good Lluck), il quale riesce ad interpretare il personaggio del cinico che si redime, diventando l’eroe senza macchia e paura del film, senza mai andare sopra le righe. Una parte, la sua, in cui si rischia di scivolare nell’istrionismo; è da grande attore non esserci cascato.
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