|
|
|
|
| La trama |
Mario Bettini, trentenne studente universitario fuoricorso, vive a Cremona con la mamma, coltivando un sogno che vuole fortemente realizzare: mettere su un locale dove i giovani si possano divertire, ascoltando buona musica. Il problema principale sta nelle licenze, difficili da ottenere, bloccate da una burocrazia estenuante e da una politica mentalmente corrotta che ha assunto come dogma il principio del do ut des. Mario se ne accorge ogni giorno nello studio professionale in cui lavora con tanta abnegazione, dove spesso il suo datore si lamenta dei tanti compromessi che è costretto ad accettare, pur di svolgere la sua attività. Improvvisamente le cose, per il giovane, sembrano completamente cambiare: grazie ad una raccomandazione del povero padre, ex dipendente comunale morto da alcuni anni, viene assunto al comune di Cremona, presso l’assessorato ai lavori pubblici. Giovane, seppur non giovanissimo, sorriso accattivante, perfetta conoscenza del computer e soprattutto una gran voglia di lavorare ed emergere, avrebbe tutte le carte in regola per essere adeguatamente sfruttato da una pubblica amministrazione che ha un bisogno disperato di rinnovarsi, di diventare più efficiente coinvolgendo le nuove generazioni. In più Mario spera di ottenere quei permessi che gli permettano di aprire il locale tanto sognato. Ed invece, causa quell’invidia che come febbre dilania la nostra burocrazia, osteggiato da un miope assessore, finisce nel cimitero cittadino ad occuparsi della tassa sul consumo dei lumini, introdotta dall’amministrazione con l’intento di fare cassa. Il balzello (si fa per dire) si rivelerà ben presto inviso ai cittadini che individueranno in Mario il capro espiatorio contro cui lanciare pesanti invettive. La vita per il giovane si fa sempre più dura, dovendo subire una serie di cocenti mortificazioni da parte dell’assessore invidioso e la comprensibile insistenza dei suoi amici che hanno investito soldi nel locale ma che speravano in lui per ottenere più velocemente le licenze necessarie. Meno male che casualmente Mario conosce Linda, splendida studentessa universitaria appassionata di poesia e che sul luogo di lavoro possa sempre contare sui consigli di Faoni, collega anziano ormai vicino alla pensione.
|
| La recensione |
La rivoluzione del pianerottolo; dopo il venir meno di quegli ideali che avevano caratterizzato gli anni ‘70, ecco che con La febbre, ultimo film di Alessandro D’Alatri, si dà spazio a questa nuova forma di ribellione che dovrebbe spingere l’uomo comune a contrastare, con tutte le sue forze (intellettuali) la burocrazia e convincere il sistema politico a mitigare la sua invadenza. Mario sperimenta su di se che l’agognato posto fisso, quando è terreno di ricatto su cui si muovono miopi funzionari che quotidianamente offendono la dignità umana di chi vuole solo lavorare seriamente, finisce per diventare una sorta di lager, un luogo di alienazione dove l’esaurimento nervoso, ben presto, si rivela fedele (seppur non voluto) alleato di chi subisce, apparentemente senza spiegazioni, una lunga serie di vessazioni. Figuriamoci se poi è il politico di turno ad intromettersi nella vita lavorativa del trentenne travet, elevandosi a dominus capace di distruggere carriere, promuovendo incapaci e trasferendo chi mostra un minimo di iniziativa. Una rivoluzione liberale, quella di Mario che partendo da sinistra, si rende ben presto conto quanto, sia nel settore pubblico che in quello privato, la politica e la burocrazia stiano asfissiando l’economia. Ed allora non ci sta, dimettendosi simbolicamente da italiano, consegnando la sua tessere di identità al Presidente della Repubblica. Dietro l’invito di quest’ultimo ad avere ancora fiducia, non trova altra soluzione che rifugiarsi in campagna, conducendo una vita bucolica in compagnia del Bicio, da sempre suo grande amico che rifiuta ogni forma di compromesso e di Linda ritornata dal suo viaggio di studi negli States. Una soluzione banale ad un grande problema ?. Un modo troppo facile per sfuggire alle proprie responsabilità ?. Forse; certo è che La febbre si fa tranquillamente perdonare qualche evidente scivolone nell’ovvio. Questo perché il film, per quasi tutta la sua durata, mantiene un buon livello, evitando di cadere nella noia anche nelle scene in cui viene descritta la storia d’amore tra Mario e Linda. Folgorante è l’idea di ambientare molte scene all’interno del cimitero di Cremona: luogo freddo, distaccato, ben presto si anima dei rancori di Mario e del collega anziano, costretti a contare lumini da un trasferimento punitivo. Proprio da lì, su quelle tombe e dando spazio alla poesia, Mario riparte per dimostrare che il lavoro anche il più oscuro, può diventare improvvisamente fonte di immensa soddisfazione per chi lo fa. L’importante è che i miopi dirigenti ed i loro padrini politici, sappiano fare al momento opportuno, più di un passo indietro.
|
| Il Regista e gli
attori |
Alessandro D'Alatri |
Alessandro D’Alatri filma un paio di sequenze veramente di alto livello: quella in cui Mario, per la prima volta, nota nella discoteca Linda mentre si esibisce come cubista, sognando di esplorarla come il protagonista in Parla con lei di Almodovar; la splendida sequenza onirica in cui il giovane impegato vede il padre comparire nella nebbia mentre suona nella banda cittadina che ricorda l’avanzata dei contadini in di Bertolucci. D’Alatri, venendo dalla pubblicità, ha saputo creare uno stile tutto suo, inconfondibile, riuscendo a prendere il meglio da quel mondo che conosce così tanto. Continua dopo Casomai, il rapporto professionale con un , nei panni di Mario, sempre più convincente; utilizza alla perfezione un sorprendente Cochi Ponzoni nella parte del defunto padre e Gisella Burinato in quello di una madre sola, chiusa e che ha ormai rinunciato disperatamente a vivere. Bravissima Valeria Solarino, nei panni di Linda, giovane studentessa che affronta con coraggio la vita, preferendo immergersi nella lettura quando i problemi sembrano insormontabili. Chissà forse è proprio attraverso quella buona abitudine, da molti persa per mancanza di tempo e voglia che possiamo prendere ispirazione per risolvere i problemi che la vita ci presenta. Le esperienze e le storie narrate nei libri contano eccome; se non altro ci distraggono aiutandoci ad andare avanti, giorno per giorno. Bello il cameo di Arnoldo Foà nei panni di un Presidente della Repubblica comprensivo e fiducioso; provate ad indovinare a quale dei nostri ex presidenti è ispirato ?.
| |
|