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Flags of our fathers
di Marzio

La trama

La battaglia di Iwo Jima segnò un momento fondamentale nel secondo conflitto mondiale: la presa di coscienza che il nemico giapponese, così come quello tedesco, poteva essere sconfitto, seppur a costo di terribili sacrifici umani. Una bandiera americana sventolante su una piccola collina di quell'isola così sperduta del Pacifico ma ritenuta di importanza fondamentale dal comando giapponese, ridiede coraggio ad un'intera nazione che si stava convincendo sempre più che la scelta degli Stati Uniti di entrare in guerra, fosse stata inutile e dannosa. La foto di quella bandiera, pubblicata su tutti i media, fece il giro del mondo, contribuendo a dare un'effimera notorietà a chi l'aveva scattata ma rivelandosi fondamentale per rinfrancare un paese che si stava avviando pericolosamente verso una crisi economica senza precedenti. Ma fu vera gloria ?. Flags of our fathers è la storia di una delle più grosse bufale mai costruite, con la complicità dei media che furono strumentalmente utilizzati dal Comando americano. Quella bandiera che si vede nella foto non era quella piantata dai soldati americani dopo la conquista della collina; ne rappresentava una copia, portata lì in un momento successivo, da altri militari americani, mentre una parte di quelli che avevano piantato l'originale morivano durante la battaglia. Questa falsa foto servì al Comando Usa per lanciare una nuova campagna di sottoscrizione di buoni di guerra, per riempire le disastrate casse della difesa messe a dura prova da un conflitto apparentemente senza fine.

La recensione

Mainstream è un termine molto utilizzato negli Stati Uniti, non solo nel campo delle grandi produzioni hollywoodiane. Sta ad indicare il modo spettacolare con cui un evento viene costruito, arrivando addirittura a deformarlo, servendosi di media sorprendentemente poco attenti nel verificare l'attendibilità dei fatti. E' un po' quello che è successo in Iraq, con un conflitto nato su prove che sembravano evidenti ma che poi si è scoperto essere state falsamente costruite. Si è parlato per mesi interi del terribile arsenale di armi chimiche in possesso si Saddam Hussein, per poi scoprire (per ammissione dello stesso servizio segreto Usa) che non ve ne era traccia; nel frattempo Bin Laden, la cui cattura sarebbe (giustamente) dovuta essere il vero obiettivo della lotta al terrorismo, poteva tranquillamente tirare un sospiro di sollievo e l'Iraq piombava in una situazione molto simile ad una guerra civile. Seppur con differenti motivazioni (nessuno si sognerebbe mai di criticare gli americani che in quella maledetta isola del Pacifico persero migliaia di vite umane), anche nel caso di Iwo Jima siamo di fronte alla deformazione di un evento che diventa un fenomeno mediatico indipendentemente dal come si è verificato. Il nuovo film di Clint Eastwood convince proprio nella parte in cui ricostruisce la vicenda della falsa foto e la propaganda messa su dal Comando Usa per sfruttarla. Con il risultato che i tre militari, accolti come eroi su tutte le piazze americane, dopo l'iniziale momento di celebrità, finirono, a conflitto concluso, rapidamente per essere dimenticati. Anche il fotografo dilettante che scattò, su ordine dei superiori, quella foto e che sembrò accettare di buon grado lo spettacolo inscenato, nella convinzione che la sua condizione economica sarebbe definitivamente cambiata, finì per rimanere ai margini della società; a guerra conclusa bussò inutilmente a molte porte, rimanendo a lungo disoccupato. Nessuno darà una mano ai tre eroi, lasciandoli soli con i loro immensi problemi ed i sensi di colpa per aver tradito chi aveva realmente issato quella benedetta bandiera e poi era morto in quell'isola maledetta. Clint Eastwood è anche bravo nel girare le scene della battaglia, preferendo porre l'attenzione più che sui corpi martoriati e straziati (come Steven Pielberg in Salvate il soldato Ryan), sulle solitudini di povere esistenze che non sanno se mai più ritorneranno nella normalità della vita quotidiana.

Il Regista e gli attori

Clint Eastwood

Clint Eastwood dimostra ancora una volta di essere una delle persone più illuminate del mondo del cinema. Non farà film particolarmente rivoluzionari né (come in questo caso) del tutto riusciti ma non vi è dubbio che raggiunta una certa età, ha avuto il coraggio di rimettere in gioco ciò in cui credeva. Animo libertario dietro la scorza di conservatore, fa tesoro delle lezioni del suo vecchio maestro Sergio Leone e confeziona un buon film, sèporcato da un finale troppo retorico. A chi scrive il modo sin troppo classico di fare film, può piacere o meno ma di certo, nell'affrontare certe tematiche sociali, mostra di essere più progressista dei tanti che si vantano di essere tali. Sarà un caso ma da un po' di tempo a questa parte (anche da noi vedi le recenti fiction con Lando Buzzanca prima e Lino Banfi poi che affrontano in prima serata, il tema dell'omosessualità) le scelte più coraggiose in tema di riconoscimento di diritti sociali, le stanno facendo vecchi conservatori di destra. La cosa che più favorevolmente colpisce è che non hanno timore di attirarsi le critiche degli esponenti degli stessi partiti per cui votano (o forse votavano),. Buon segno, perché come dimostra Clint, ad una certa età passati gli entusiasmi giovanili, in cui si divideva sul piano politico quasi sempre acriticamente, si ragiona di più con la propria testa. Ed allora sono le tematiche sociali a suscitare interesse, non il solito teatrino della politica in onda sulle nostre tv.

La scheda del film

Regia: Clint Eastwood.
Con: Ryan Phillippe, Adam Beach, Jesse Bradford, Jamie Bell, Paul Walker, Neal McDonough, Joseph Cross.
Distribuzione: Warner Bros.
Genere: Drammatico
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