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Detenuto in attesa di giudizio
di Adriano |
| La trama |
Giuseppe Di Noi, un imprenditore italiano residente in Svezia, giunto in Italia con moglie e figli per una vacanza rilassante, viene arrestato e incarcerato con l'accusa di omicidio. Sbattuto in una lurida cella, privo di mezzi e di informazioni, sperimenta sulla sua pelle tutta la durezza e la disumanità del carcere, subendo prepotenze e umiliazioni nell’ attesa angosciante che qualcuno si occupi di lui. Mentre la moglie, che non parla neppure italiano, vaga inutilmente da un ufficio all'altro alla ricerca di notizie del marito, Di Noi viene nuovamente trasferito e sembra scomparso nel nulla.
Scoppia una rivolta nel carcere e Di Noi che non si è fatto coinvolgere, viene manganellato come gli altri e trasferito in un altro penitenziario. Finisce in una cella con un gruppo di camorristi che lo ritengono un duro, uno dei capi della sommossa. Quando capiscono che Di Noi è soltanto un povero diavolo che non ha fatto nulla, lo oltraggiano e lo pestano a sangue. In preda a una violenta crisi nervosa viene ricoverato d'urgenza nel manicomio giudiziario dove conosce qualche momento di tranquillità. Finalmente il giudizio istruttore esamina il suo caso: l'errore è subito evidente, l’accusa di aver provocato la morte di un tedesco è infondata e Di Noi viene prosciolto e scarcerato. L'incubo è finito e Di Noi lascia immediatamente l'Italia.
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| La recensione |
Ispirato all’inchiesta televisiva Verso il carcere di Emilio Sanna, il film denuncia, attraverso le disavventure di un qualunque cittadino, gli eterni mali della giustizia italiana: un sistema lento, arretrato, dominato da una burocrazia farraginosa. E che dire del carcere? Nel paese di Beccaria dovrebbe essere una struttura per la correzione e il recupero di chi ha sbagliato. In realtà è una sorta di girone infernale dove l’individuo perde il suoi diritti e viene annientato fisicamente e moralmente. Troppe volte la cronaca se n’è occupata per poter negare che la vicenda di Di Noi, ambientata nel ’74, non è troppo lontana dalla realtà odierna. Per dare maggiore realismo alla storia il film è stato girato nel vecchio carcere di Ventotene, una delle tante isole scelte per ospitare penitenziari. Il film è uno dei rari prison movie italiani, un genere che è nato e si è largamente affermato negli Stati Uniti, inizialmente con l’intento di denunciare le disumane condizioni dei carcerati americani per mitigarne la durezza.
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| Il Regista e gli
attori |
Nanni Loy |
Giovanni (Nanni) Loy, cagliaritano di nascita (1924), romano d’adozione. Giovanissimo si trasferisce con la famiglia nella Capitale dove completa diligentemente gli studi in giurisprudenza ma non aspira adiventare un principe del foro come il padre. Frequenta i corsi di regia e fa l’assistente di registi come Alessandrini, Puccini, Zampa. Esordisce come regista con L’audace colpo dei soliti ignoti seguito del notissimo film di Monicelli. Gira film sulla guerra come Un giorno da leoni, il notissimo Le 4 giornate di Napoli, girato nel ’62 e candidato all’Oscar, Rosolino Paternò soldato, ma la la sua specialità sono le commedie a sfondo sociale come Mi manda Picone, dove racconta con efficacia storie di persone socialmente emarginate con affettuosa partecipazione ma senza polemica, con bonarietà e ironia, con uno stile che ricorda De Sica.
Nanni Loy ha lavorato a lungo per la TV, dove ha condotto e interpretato programmi di grande successo come Specchio segreto, una specie di candid camera all’italiana, replicato con Viaggio in seconda classe, ambientato sui treni, che ha ispirato il film Cafè express. Da ricordare il Marcovaldo televisivo di Bennati, in cui Nanni Loy è l’interprete ideale dello stralunato e popolare personaggio di Calvino. Nanni Loy è morto nel ’95, proprio durante la lavorazione di un film tratto dal romanzo Procedura del sardo Salvatore Mannuzzu. Pochi attori possono vantare un curriculum artistico così ricco e vario come quello di Sordi. Inizia nei teatrini di provincia e nelle più importanti compagnie di Rivista. Nel cinema entra come doppiatore: vince il concorso della M.G.M e dà voce a Oliver Hardy, Robert Mitchum ed altri attori americani. Nel 1949, dopo alcune esperienze come attore in film di scarsa importanza, ottiene di condurre alla radio una trasmissione di satira politica tutta sua. La radio allora era il media più diffuso e i suoi personaggi: Il conte Claro, I compagnucci della parrocchietta, Mario Pio, diventano popolarissimi. La satira scatena inevitabili polemiche ma, racconta Mario Governi, “Il successo mise d’accordo tutti". Il passaggio al cinema è naturale ma le sue prime due esperienze come attore protagonista, Mamma mia che impressione, di De Sica, ma firmato da Savarese, e Lo sceicco bianco di un giovane Fellini, non convincono. Il suo personaggio è deludente e non piace al pubblico, si dice in giro che sia più adatto al teatro che al cinema. Fellini , che ha intuito le sue doti, quando lo ripropone come protagonista per il suo nuovo film I vitelloni, deve sudare per convincere il produttore, che accetta a patto che non compaia il nome di Sordi nei titoli e nelle locandine. Il film invece è un grande successo, è l’inizio di una lunga e fortunata carriera artistica in cui Sordi interpreterà prevalentemente l’italiano medio, in una galleria di personaggi che tutti conoscono, grazie anche alla fortunata serie TV Storia di un italiano.
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