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I film che non si dimenticano

Crash - Contatto fisico
di Marzio

La trama

Le luci in una città di notte, un improvviso tamponamento tra due auto con una portoricana che da colpevole preferisce aggredire verbalmente una cinese, mostrandole tutto l’odio che ha nei confronti dei musi gialli ed invitandola ad andare via, portandosi con se tutti quelli della sua stessa razza. Siamo a Los Angeles, signori, il luogo dove un esplosiva miscela di razze fa si che non solo il conflitto tra neri e bianchi non è ancora stato superato del tutto ma addirittura quello tra le diverse etnie, possa sfociare in gravi disordini. I borghesi vivono barricati nelle case e quando camminano evitano accuratamente di frequentare zone dove più forte è la presenza della comunità afro-americana; per non parlare poi del pericolo arabo, dopo l’attentato alle due torri, divenuto un pretesto per tentare di emarginare quella comunità dalla vita cittadina. Se a questo aggiungiamo la totale mancanza di contatto fisico (il crash del titolo) che manca tra chi giornalmente vive in quella città e che lo porta ad ignorare sistematicamente i problemi di chi gli sta vicino, capiamo il perché sia così difficile vivere in una città multietnica, senza farsi trascinare dal razzismo. Dalla macchina guidata dalla giovane e bella portoricana, scende un detective afro-americano che dovrà per l’ennesima volta assistere al triste spettacolo del ritrovamento di un cadavere sul ciglio della strada (quello di un giovane ragazzo di colore). Sembra una notte, insomma come tante altre ma è proprio da quello scontro che le vicende della moglie razzista di un procuratore che per essere eletto non può assolutamente perdere i voti della comunità nera, di un poliziotto dai modi violenti che sembra odiare le persone di colore e provare sofferenza solo per il padre ammalato, quella di un regista di colore ormai integratosi perfettamente nella città che non difende adeguatamente la moglie dalla prevaricazione di una polizia corrotta e senza scrupoli ed infine quella di una arabo che improvvisamente vede il suo negozio distrutto dalla cieca furia di una violenza senza senso, si incrociano dando vita ad una serie di situazioni in cui nessuno alla fine sarà più come prima. Il caso dà a ciascuno di loro un occasione per riscattarsi, un opportunità per fermarsi e meditare su come la vita, grazie ad un contatto fisico, possa realmente cambiare in un istante…

La recensione

Gran bel film questo Crash, emozionante, avvincente, commovente senza scadere nel melenso è la vera e propria perla che il cinema indipendente americano ci ha dato in questa non tanto esaltante stagione cinematografica. E pensare che tutto il cast di questo film eccezionale, pur di interpretarlo, ha accettato di lavorare al minimo sindacale, avendo il coraggio di mettersi in discussione, abbandonando quei ruoli per cui erano diventati famosi. Tutto funziona alla perfezione, dalla regia sempre attenta ad ogni minimo particolare sia negli interni che negli esterni, alla splendida fotografia, al montaggio che fa incrociare i personaggi quasi per caso, proprio quando la loro vicenda si sta svolgendo. Una Los Angeles dipinta in modo così crudele era dai tempi dello Spike Lee più arrabbiato che non la si vedeva sugli schermi e presenta molti più punti di contatto, di quanto a prima vista non appaia, con la stessa città dipinta magistralmente in digitale da Michel Mann in Collateral. Il regista Paul Haggis, qui alla sua prima prova dietro la macchina da presa, dimostra di avere un grande talento ed un coraggio al di fuori del comune nell’analizzare i difficili rapporti che ci sono tra le varie comunità in cui prevale la voglia di sopraffazione sull’altro perché si è convinti della superiorità della propria razza. E’ un film che sicuramente avrebbe potuto scontentare tutti, finendo per avere grossi problemi con le varie comunità che abitano Los Angeles; invece, a dimostrazione che Haggins è sincero ed il mondo da lui filmato non è altro che una perfetta fotografia della realtà di quella città, è stato molto apprezzato anche dalla comunità afro-americana. Il film è anche perfettamente scritto da un Haggis che è uno degli sceneggiatori preferiti da Clint Eastwood e si vede. I dialoghi (stupendo quello tra il personaggio interpretato da Sandra Bullock che esprime i suoi disagi e le sue fobie nei confronti degli stranieri che hanno invaso la città ad un esterefatto marito interpretato da Brendan Fraser che invece ha paura di perdere il voto delle comunità più emarginate) caratterizzano in maniera magistrale i vari personaggi, tirandone fuori, a seconda delle situazioni, il meglio o il peggio. Ma la vera forza del film sta nel fatto che dopo un po’ ci si dimentica che sia stato ambientato in quella città; diventa un film su come è difficile, in una società che non lascia scampo a chi si ferma vivere quotidianamente e di quanto poco tempo dedichiamo a quei rapporti (amicizia, conoscenza, amore) che ci permettono di sentirci meno soli e confrontarci con chi ci sta vicino e condivide le nostre stesse sofferenze. Alla fine scopriamo di essere tutti un po’ razzisti, incapaci di capire il prossimo, tesi a costruire artificiosamente quel muro di diffidenza che al primo colpo di vento viene spazzato via. Ed allora proprio in questo sta ad esempio la differenza tra questo splendido film ed i lavori più intimisti di Pupi Avati; come accade nel recente Cuore altrove le storie di questo grande regista italiano sono capaci di parlare al cuore dello spettatore, rappresentando, attraverso il ricordo, un mondo che purtroppo non c’è più ma all’uscita dal cinema vengono spesso relegate in un angolo della memoria, come una piacevole serata passata, ogni tanto da ricordare. Crash, invece, è uno di quei film che non si dimenticherà mai, con lo spettatore che lo indosserà in ogni momento della giornata, quasi come fosse un vestito da cui difficilmente ci si vorrà distaccare.

Il Regista e gli attori

Paul Haggis

Paul Haggis con questo splendido film fa centro al primo colpo; convince attori che per la maggior parte si sono sempre distinti nelle commedie e li fa recitare in un film drammatico, ottenendo un risultato esaltante. Crash sembra l’erede naturale di Magnolia o dell’ Altman più graffiante ma finisce per distaccarsene, apparendo un film unico nel panorama cinematografico. E’ il vero e proprio reality show dei nostri giorni, capace di rappresentare i fatti quotidiani e dipingere le persone con tutte le loro contraddizioni, le debolezze, i propositi di riscatto. Alla fine si capisce il perché Il grande fratello, L’isola dei famosi o la Talpa, pur avendo milioni di fans, suonano così falsi; in essi i vari concorrenti sembrano sempre recitare in un mondo che sa tanto di virtuale, lontano dalla realtà di tutti i giorni; in Crash siamo proprio all’interno di quella realtà. E poi non è certo facile ammettereche il razzismo cova in ognuno di noi anche in chi è più impegnato a combatterlo; siamo costretti a contraddirci continuamente, finendo per rifugiarci nelle nostre auto, simbolo di un rinchiudersi in se stessi per evitare qualsiasi forma di confronto, anche (e direi soprattutto) con se stessi, finchè uno scontro d’auto (un crash) non ci obbligherà ad avere contatti con chi ci circonda. Proprio per questo qualcuno proverà la sensazione di voler scappare dalla sala perchè Crash rappresenta la realtà che non sempre ci piace, è lo specchio fedele in cui la nostra immagine si riflette; durerà solo un attimo perchè questo film sa parlare al cuore e condurci, grazie anche alla splendida colonna sonora di Mark Isham, ad un finale forse un pò consolatorio ma che sa tanto di finestra che ogni tanto si apre su uno dei rari momenti positivi della nostra esistenza. Gli attori sono tutti bravissimi; da un Don Cheadle, nella parte dell’investigatore che dopo Hotel Ruanda dimostra di essere uno degli attori emergenti più intelligenti (nella scelta dei copioni) dell’intero panorama cinematografico; a Matt Dillon, in quella del poliziotto razzista, ormai sempre più avviato a diventare un’icona del cinema indipendente americano; a Brendan Fraser, nella parte del cinico ed arrivista procuratore che dimostra, ancora una volta che un bravo attore deve avere il coraggio di passare da un genere all’altro. Discorso a parte merita Sandra Bullock, nella parte della raffinata moglie del procuratore che ha paura anche della sua stessa ombra; chi scrive, avendola vista sempre e solo in commedie brillanti, ne ha sempre dato, come attrice, un giudizio negativo. Con questa recensione porge all’attrice le sue più sentite scuse: compare per venticinque minuti sullo schermo ma la sua interpretazione è di un’intensità tale che oltre a rimare a lungo impressa nella memoria dello spettatore, rivela doti e personalità di attrice al di fuori del comune. Una qualunque altra attrice, pur brava (penso alla nostra Laura Morante ma anche alla Mezzogiorno), sarebbe caduta nella facile tentazione di rappresentare quel personaggio in maniera estrema, con il risultato di farlo apparire poco credibile. La Bullock lavora per sottrazione, dimostrando che grande interprete è chi dà spazio al personaggio, descrivendo il suo carattere, le sue maniacali fobie, finendo per far quasi scomparire l’attore. Forse anche questa prova stupenda della Bullock è figlia della morale che si ricava dal film: le persone non sono mai come sembrano e ad ognuno dei personaggi, il caso, da un occasione per riscattarsi, scoprendosi diversi al termine della giornata. La stessa cosa succede alla Bullock che in questo piccolo, grande film, scopre di essere una piccola, grande attrice.

La scheda del film

Regia: Paul Haggis.
Con: Sandra Bullock, Don Cheadle, Matt Dillon, Jennifer Esposito, William Fichtner, Brendan Fraser, Ryan Phillippe, Thandie Newton, Terrence Dashon Howard.
Distribuzione: Filmauro
Genere: Drammatico
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