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Le colline hanno gli occhi
di Marzio

La trama

La famiglia Carter per festeggiare l'anniversario di matrimonio di mamma e papà, intraprende, a bordo di un camper, un lungo viaggio per raggiungere le spiagge della California, attraverso il deserto del Nevada. Seguendo un consiglio, non proprio disinteressato di un ombroso gestore di una pompa di benzina, il capo famiglia si inerpica con il camper lungo una strada tortuosa che dovrebbe condurlo più in fretta al di fuori del deserto. Un malaugurato incidente provoca la rottura del semiasse del camper, con la conseguente impossibilità per il gruppo vacanze di proseguire il viaggio. La bella anche se litigiosa famiglia è costretta a dividersi; il capo famiglia, ex poliziotto di idee repubblicane sin troppo di destra, raggiunge a piedi la stazione di servizio in cerca di aiuto e magari per dirne quattro a quell'accigliato benzinaio che gli ha indicato una strada così perigliosa; il genero, occhialini sempre sul naso, di idee progressiste e sicura fede democratica, ovviamente dall'altra parte, alla ricerca del centro abitato più vicino. Le donne del gruppo rimangono sul camper, in attesa del ritorno dei loro uomini, protette dal giovane ragazzino di casa. Ben presto si renderanno conto che quel posto non è poi così tranquillo e disabitato come sembra. Vi scorazzano famelici freaks, eredi deformi di quegli esperimenti nucleari fatti dagli Stati Uniti in quei territori dal 1940 al 1962 che hanno trovato rifugio nelle vecchie miniere abbandonate. La mattanza ha rapidamente inizio, con il ritrovamento da parte del ragazzino del gruppo di uno dei suoi due cani scuoiati.

La recensione

Remake dell' omonimo film di Wes Craven, una delle opere più sopravvalutate di un regista già di per se eccessivamente considerato, Le colline hanno gli occhi si rivela ben presto di gran lunga superiore all'originale. Come il precedente, a parte il condivisibile messaggio politico, era noioso ed in definitiva per nulla pauroso, questo remake assume scena dopo scena, l'aspetto di un vero incubo, trascinando lo spettatore in una storia di inaudita ma non fine a se stessa violenza. Splendidamente orripilante, con alcune sequenze (il massacro all'interno del camper, il primo malaugurato incontro del capo famiglia con i freaks che lo accompagnano in un giro non propriamente turistico all'interno delle miniere da loro abitate, il claustrofobico risveglio del giovane progressista all'interno di una bara circondato da resti umani) veramente efficaci nel suscitare il disgusto del pubblico, è certamente il remake meglio riuscito di Hollywood in questi ultimi anni. E' l'ennesima dimostrazione (Non aprite quella porta, Slither, Discesa nelle tenebre solo per citare i titoli migliori di questi ultimi tempi) che l'horror di oggi non è affatto inferiore a quello degli anni '70. Certo il messaggio politico risulta più annacquato, con un'attenzione forse eccessiva ad una confezione patinata del prodotto (vedi scelta degli attori spesso giovani e promettenti volti di fiction televisive, un utilizzo talvolta estenuante, in fase di montaggio, di tecniche proprie del mondo della pubblicità) ma non vi è dubbio che sia a livello emotivo (tensione e paura) che spettacolare, riescono quasi sempre a coinvolgere gli spettatori. Quando poi ci si imbatte in un film come questo che sa essere ironico oltre che cinico e spietato nel suo essere totalmente politicamente scorretto (esilarante è la sequenza in cui il freak Big Braian storpia l'inno nazionale americano), si rischia di farsi trascinare dall'entusiasmo per la rinascita di un genere (l' horror splatter), dato forse troppo prematuramente per defunto, a vantaggio del filone asiatico. Tutto in questo remake ha valore simbolico, dal sangue che scorre a fiumi come nei migliori film di Tarantino, alla cieca violenza che mette a dura prova il carattere dei personaggi cambiandoli, al colore del vestito della ragazzina deforme che come Cappuccetto rosso della fiaba cerca di aiutare i poveri turisti a sfuggire dai lupi cattivi. Se a questo si aggiungono i primi cinque minuti del film con una serie di sequenze shock sugli esperimenti nucleari compiuti dai militari nel deserto del New Mexico e gli strazianti effetti sui discedenti della popolazione locale, si può ben dire che Le colline hanno gli occhi colpisce veramente nel segno, facendo luce su una terribile realtà, a lungo tenuta celata. E politicamente questo film rischia di essere incisivo quanto e più di un documentario di Micheal Moore, spiazzando lo spettatore che finisce inevitabilmente per simpatizzare con i freaks, nella convinzione che le violenze da loro fatte non siano altro che una giusta punizione per un umanità che non solo poco tollera i diversi ma a volte li crea, per via di ciechi esperimenti e poi li nasconde vergognandosene. Il messaggio politico ricorda un po' quello dei morti viventi di Romero: può una società, come quella di oggi, così cinica, sorda, individualista, resistere così a lungo e non rischiare di deflagrare per l'incapacità di dialogare con chi la pensa diversamente ?.

Il Regista e gli attori

Alexandre Aja

Sono questi gli interrogativi che suscita Le colline hanno gli occhi che si rivela uno splendido film travestito da splatter di serie B, finendo per avvalorare la tesi che talvolta i film di genere suscitano più riflessioni di quelli impegnati. Grande merito và al regista Alexandre Aja, già autore del convincente Alta tensione. Come spesso accade la critica che adesso lo esalta per questo remake, nel 2003 lo aveva massacrato, accusandolo di aver girato un film inutilmente violento, degno di essere confinato negli scaffali di una macelleria. Il regista francese mostra, oltre che un indubbia bravura nell'utilizzo della macchina da presa (da brivido è la scena in cui il giovane con gli occhialini piomba nel villaggio dove ancora ci sono i manichini utilizzati dall'esercito durante gli esperimenti nucleati) una cura particolare nei dialoghi, oltre che una notevole capacità nella scelta e direzione degli attori. Che sono tutti molto bravi nel disegnare, in maniera efficace, la psicologia dei propri personaggi, facendo emergere, in maniera ironica, anche le più piccole manie (qugli occhialini del giovane progressista che non gli cadono mai neanche nei momenti più violenti del film). Per una volta, riconosciamolo, la tanto vituperata Hollywood ci ha visto giusto, aprendo le porte a questo giovane ventisettenne regista transalpino che sembra avere una grande conoscenza del genere horror, oltre che un indubbio talento visionario. Sarà il futuro Raimi o magari il prossimo Spielberg ?. Il tempo lo dirà, intanto una domanda ai critici di professione, troppo spesso denigratori del genere horro: come mai molti grandi registi (ai due già citati ci aggiungiamo volentieri Cronenberg, Amenábar, Shyamalan) vengono da quel tanto vituperato e bistrattato genere. Attendiamo una risposta che mai arriverà...

La scheda del film

Regia: Alexandre Aja.
Con: Aaron Stanford, Vinessa Shaw, Kathleen Quinlan, Laura Ortiz, Michael Bailey Smith, Dan Byrdi.
Distribuzione: 20th Century Fox.
Genere:Horror
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