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| La trama |
Alla fine degli anni ‘20 James Braddock è un pugile in forte ascesa, destinato ad una fortunata carriera. Confermatosi campione dello stato del New Jersey dopo aver battuto in appena due round il malcapitato avversario di turno, trova rifugio, come ogni sera, nella sua famiglia in attesa che il fido manager Paul gli comunichi la data del nuovo combattimento; è un ragazzo onesto, schivo che non ama molto stare sotto i riflettori, preferendo il calore dei suoi tre figli e dell’amata moglie Mae. Improvvisamente, nel 1929, accade uno di quegli eventi storici che son capaci di cambiare la vita di un’intera nazione: la Grande Depressione, a seguito del crollo di Wall Street. L’America è in ginocchio e di colpo si scopre povera. Anche per Jim le cose iniziano ad andare malissimo, visto che sempre più raramente vengono organizzati incontri di box. Quando poi viene sospeso dalla Federazione perché incappato in un no contest dovuto, in realtà, ad un gravissimo infortunio alla mano destra tenuto celato pur di poter combattere, è costretto a sopravvivere di stenti, mendicando al porto un posto di lavoro, pur di trovare qualcosa da mangiare per i propri figli. Purtroppo sono periodi in cui quasi mai si riesce a trovare lavoro e si ritorna a casa, sempre più spesso, a mani vuote, raccontando ai figli di aver fatto in sogno una grande abbuffata, pur di cedere loro la propria razione di carne. Jim, nel pieno della disperazione, con la moglie costretta a portare fuori città da una zia che vive più dignitosamente i figli ammalati, è costretto a chiedere l’elemosima a quel mondo della boxe che lo aveva così screditato. Colpito da quel gesto il suo manager, Paul, che da sempre crede ciecamente in lui, matura un’idea che a prima vista può sembrare folle: perché non chiedere alla federazione di sospendere temporaneamente il provvedimento comminato nei confronti dell’ormai vecchio Jim (per la boxe si intende, visto che ormai siamo nella metà degli anni trenta), in modo che sia l’irlandese a sostituire il pugile infortunatosi alla vigilia di un match che ora rischia di saltare ?. In questo modo aiuterebbe Jim a superare i suoi problemi economici e darebbe una mano anche a se stesso, visto che, nonostante le apparenze (l’impeccabile giacca con cravatta), se la passa assai male. Incomincia la favola di Jim, Cenerentolo, Braddock, emerso dalla miseria più nera in cui era piombato insieme a tanti cittadini americani e che divenne campione del mondo battendo clamorosamente il favorito Max Baer.
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| La recensione |
Chi scrive ha sempre ritenuto i Promessi Sposi del Manzoni il vero e proprio esempio di “Romanzo popolare” italiano; chi lo legge può fermarsi ad analizzarne i contenuti, chiedendosi ad ogni pagina che cosa in realtà l’autore abbia voluto dire con quelle frasi ed in quel contesto o semplicemente farsi trascinare dalla storia, arrivando tutto di un fiato sino all’ultima pagina. Anche se il paragone ai più può sembrare azzardato ed irriguardoso (lo è senz’altro), questo Cinderella man possiamo definirlo allo stesso modo classico esempio di “Cinema popolare”. Attenzione popolare nel senso migliore del termine, perché mette per una volta tanto al centro dell’attenzione i vinti dalla storia piuttosto che il grande personaggio di turno ma non certo populista. Oltre alla boxe, grandi protagonisti del film sono la miseria, vissuta con grandissima dignità, l’onestà a tutti i costi (incredibile la scena in cui Jim costringe il figlio affamato a restituire il salame appena rubato) di chi fermamente crede che un giorno si rialzerà per la grossa responsabilità che ha nei confronti della sua famiglia. Tutto è rappresentato sullo schermo, a cominciare da una fotografia che dai colori sgargianti iniziali vira verso il marrone, il grigio, per testimoniare il momento drammatico che la gente sta vivendo, in maniera oserei dire asettica, senza lasciare spazio alla retorica dei buoni sentimenti o peggio ancora cadere nell’eccesso di commozione o naufragare nel melenso. Sono le immagini che parlano da sole, le sofferenze disegnate sui volti dei protagonisti, persino le povere abitazioni ridotte a bidonville dove la polizia arresta e carica, apparentemente senza motivo. E’ l’America di Roosevelt ed Hoover che viene messa sotto accusa, il suo essersi fatta trovare forse un po’ troppo impreparata all’arrivo di quel terribile uragano che è stata la Grande Depressione. Forse per questo, per il suo preciso messaggio politico che vuole il sogno americano realizzato non da una sola persona per i suoi biechi interessi ma in nome e per conto di cento, mille anime che questo film non poteva piacere all’attuale inquilino della Casa Bianca, troppo impegnato in una guerra senza senso, più che a pensare al bene dei cittadini, rinforzando, ad esempio, gli argini di New Orleans.
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| Il Regista e gli
attori |
Ron Howard |
Ron Howard non finisce mai di stupire; graffiante con Gung Ho e Ed Tv, melenso in Cocoon, attento alla ricostruzione del dramma in Apollo 13, eccessivamente reticente nel disegnare la figura di John Nash in A beautiful mind. In Cinderella Man mostra di aver appreso per bene le lezioni televisive dei tempi di Happy days, finendo per fare un cinema non sempre convincente ma lontano anni luce da quell’angusto mezzo di espressione. Il suo anche quando tratta di drammi che si svolgono all’interno di spoglie abitazioni, è un cinema che mira a collettiviazzare la storia, a cercare la continua partecipazione dello spettatore che non può essere postergata al prossimo episodio e interrotta dall’ennesimo messaggio pubblicitario. Più che a John Ford, in questo film, sembra essersi ispirato a Frank Capra: certo la vita è una cosa meravigliosa ma è piena di sconfitte, ricadute e solo raramente ti permette (come accadde al pugile irlandese) di avere una seconda possibilità. Tra gli attori, nella parte di Braddock , semplicemente fenomenale Russell Crowe che si avvia ormai a diventare uno degli attori più completi dell’intero panorama cinematografico; la sua è un’interpretazione sicuramente da Oscar che lo consacra come l’attore più poliedrico dei nostri tempi, capace di calarsi in personaggi dai caratteri e dalla psicologia sempre diversi. Per quanto riguarda Paul Giamatti nella parte del manager ed amico, vi promettiamo che se non gli danno l’Oscar come attore non protagonista, stavolta ci incavoliamo di brutto. E pazienza per la solita petulante interpretazione di Renee Zellweger; ci può stare in un cast affiatatissimo dove finanche i tre bambini si distinguono per l’interpretazione misurata e forse per questo più realista dei propri personaggi. Cinderella man è la dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, che talvolta i film considerati commerciali (nel senso che sono rivolti al pubblico più vasto), si imprimono nella memoria di chi li guarda e fanno riflettere più di tanti film con pretese pseudo- autoriali ma incapaci di comunicare sensazioni, stati di animo. Meditino i nostri giovani registi: accanto ad uno autoriale è sempre necessario un cinema più orientato verso i gusti del pubblico.
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