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The Believer. |
La trama |
Il potere di Dio è così immenso che Abramo fu costretto, per ordine di Dio, quasi ad immolare il figlio Isacco. Così recita la Torah, suprema scrittura per la religione ebraica; che razza di Dio è quello che chiede ad un padre di sacrificare il proprio figlio?. E' un Dio violento, cinico, dominatore che toglie ogni spazio alla libertà di scelta degli individui, spingendoli, in nome suo, a scelte estreme. Queste sono le domande che Danny Balint, sin da ragazzino, si pone e che lo portano a contestare duramente i principi di quella fede ereditata dalla propria famiglia. Espulso dalla scuola per aver offeso la Torah con le sue critiche, un po' di anni dopo ritroviamo il giovane ebreo alle prese con pesi ed attrezzi da palestra vari, nella sua stanza tappezzata da svastiche naziste. Il suo sarà un lungo viaggio per capire le ragioni dell'odio profondo che nutre nei confronti del popolo ebreo, accusato di non essersi ribellato alla furia nazista durante la seconda guerra mondiale. Entrato a far parte di un'elite di intellettuali fascisti che si apprestano a creare un nuovo movimento politico di estrema destra, gli viene conferito l'incarico, causa la sua notevole capacità comunicativa, di tenere le prime conferenze di presentazione. Nel frattempo l'odio lo porterà ad organizzare un attentato in una sinagoga e a cercare di uccidere un noto uomo di affari ebreo.
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| La recensione |
Nonostante qualche vistosa imprecisione storica (non è vero che gli ebrei mai organizzarono una ribellione nei campi di concentramento), The Believer è un'acuta, coraggiosa indagine sul fenomeno del neonazismo che da alcuni anni turba gli Stati Uniti. Giovani che vivono in una società che si professa democratica ma che è violenta, dove è concesso a chiunque liberamente di armarsi, crescono nell'intolleranza per tutto ciò che è diverso o forse per tutto ciò che non capiscono. Se The Believer fosse solo questo, potremmo classificarlo come un'utile operazione intellettuale che mette in luce un profondo disagio giovanile nella opulenta società capitalistica americana, con il pericolo dell'affermarsi di quella ideologia neonazista che oltreoceano sembrava aver poco peso e spazio. Il film si rivela ben presto una sottile costruzione psicologica. Danny accusa la religione ebraica di fanatismo; non ci sono differenze tra il comportamento degli israeliani nei campi profughi palestinesi e quello dei nazisti nei confronti degli ebrei. Il popolo di Israele, quindi, non ha nulla a che fare con quello ebraico, visto che a differenza di quest'ultimo, aggredisce per difendere od anche per offendere; Danny non riesce,a capire, invece, come quel padre ebreo abbia visto morire il proprio figlio per mano di un soldato tedesco senza tentare neanche di reagire. Non accetta il concetto di passività dell'uomo nei confronti di un Dio onnipotente. La scelta che però fa è quanto di più passivo ci possa essere; il nazismo ed i movimenti che si rifanno ad esso sono schiavi della violenza e del pregiudizio della presunta superiorità della razza.
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| Il Regista e gli
attori |
Henry Bean |
Henry Bean, ispirandosi ad una storia vera, descrive in maniera perfetta il viaggio del protagonista nei meandri della sua coscienza. Il film è costruito come un puzzle dove ogni scena è funzionale a quella successiva; in particolare spiccano per l'intensità emotiva: l'addestramento, in un campo paramilitare, di un gruppo di giovani neonazisti, l'idea ossessiva del protagonista di compiere un'atto violento contro il suo stesso popolo che culmina nel fallito attentato contro un uomo di affari ebreo, le contraddizioni che scoppiano all'interno della sinagoga dove Danny si rifiuta di distruggere il sacro testo della Torah. Infatti, come sostiene in tutti i suoi discorsi, il nemico per poter essere battuto, deve prima essere conosciuto. Per non parlare poi dello splendido finale in cui Danny troverà nel nulla le risposte che cercava. O forse non troverà alcuna risposta visto che il filo tra l'intransigenza religiosa ed il professare una fede nel rispetto e nella tolleranza delle idee degli altri talvolta, come dimostrano i mille conflitti scoppiati in nome della religione, è così esile che basta un flebile venticello a strapparlo. Certo tragedie non minori ha provocato quel delirante culto della personalità, proprio del nazismo e dello stalinismo; dietro ad esso si nasconde quell'autentico mostro che è la dittatura che mira all'asservimento delle coscienze ed in definitiva all'annullamento di ogni capacità critica e di libertà degli individui.
Bean sa dirigere bene gli attori tra cui spicca un sorprendente Ryan Gosling nella parte del protagonista, Theresa Russel brava in quella di una pasionaria di estrema destra ed il mai dimenticato cattivo del Titanic, Billy Zane, nella parte di un furbo intellettuale fascista, convinto che si debba lasciar spazio ad un'opera di convincimento più politica che non alla violenza; il suo è una sorta di fascismo mercantile, più da manager di borsa che non da picchiatore. Alla fine fa più paura uno come lui, con i suoi modi fintamente tolleranti ed i suoi discorsi falsamente nazionalisti che non i tanti picchiatori descritti nel film. E' il problema di sempre, bisogna diffidare comunque dei cattivi maestri.
Marzio
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