 Davvero, stavolta faccio fatica a darvi un motivo valido per andare a vedere "American psycho": parecchi spettatori l’hanno pensata come me, dato che la sala, non esattamente piena, si è ulteriormente svuotata nel corso della proiezione, tanto che mi sono posta due domande. La prima: "Come ho potuto sbagliare così?", la seconda: "Gli spettatori si calcolano all’uscita o all’entrata?". Risposte: tutti possiamo sbagliare, cioè andare a vedere un film con l’idea che ci piaccia e "toppare" clamorosamente; la seconda: è evidente, gli spettatori basta che paghino, non importa se lasciano il film a metà, infatti "American psycho" è ai primi posti tra i film più visti di questi giorni.
Tratto da un best-seller di Bret Easton Ellis, il film della regista canadese Mary Harron (esordiente con "Ho sparato a Andy Warhol"), racconta la storia di uno yuppie di successo nella New York del 1987: bello, ricco, occupatissimo a curare il suo aspetto e a fingere di lavorare, Patrick passa la vita tra cene e feste nei locali alla moda con la gente che conta, una fidanzata ufficiale e un’amante. Unici vizi nella vita maniacalmente ordinata: la cocaina, i film pornografici e ... qualche omicidio efferato qua e là ... Un barbone, ragazze rimorchiate per strada e prostitute sono le vittime di violente mattanze perpetrate con armi da fuoco e coltelli di ogni tipo, sino alla motosega. I raptus omicidi, inizialmente incasellati anch’essi nel preciso tran tran, prenderanno il sopravvento nella vita ormai precipitata nella follia del protagonista, ma ... Colpo di scena finale, che ci lascia anch’esso perplessi.
La regista Harron non ci regala un brivido, tutto sommato neanche di disgusto; al contrario, ci crea la sensazione di un fragile equilibrio che vede il film barcamenarsi faticosamente tra un’ironia di dubbio gusto e il tentativo, fallito, del thrilling di classe.
Uniche note positive: l’ottima ricostruzione dell’atmosfera anni ottanta ( vestiti, arredamenti, life style ... ma eravamo davvero così?) e l’interprete Christian Bale, talmente perfetto nella parte del pazzo lucido che vorremmo tanto vederlo in un ruolo "normale", per valutarne appieno le capacità interpretative. In ruoli secondari Willem Dafoe e l’icona del nuovo cinema indipendente americano Chloe Sevigny, che non aiutano a risollevarci dalla delusione. Le uniche scene meritevoli, la gara tra i biglietti da visita degli yuppies, le carte di credito sbattute in gran quantità sul conto al ristorante, i piatti nouvelle cuisine e infine i riti edonistici del mattino, che però ricordano il quasi omonimo, ma a questo punto più dignitoso, "American gigolò".
Cristica
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